Segui la tua FELICITA' e l'universo ti aprirà porte dove prima c'erano solo muri.




sabato 24 gennaio 2009

L'inverno è freddo ma la primavera arriva sempre...e più si è patito il gelo, più si godrà della luce e del calore del sole.

sabato 17 gennaio 2009

Non basta mai...
Svuotare e subito riempire, per poi svuotare di nuovo, e avanti così fino allo sfinimento…
E’ una cosa senza senso, un circolo chiuso, fine a se stesso che non mi condurrà mai da nessuna parte, di sicuro non alla felicità...

domenica 11 gennaio 2009

Favola

Fine dicembre 08

C’era una volta una principessa che viveva chiusa nella torre di un castello.
Aveva sempre tanto freddo e si sentiva perdutamente sola. Sognava il giorno in cui un bel principe sarebbe arrivato a liberarla: si sarebbe abbandonata nelle sue baccia e si sarebbe lasciata portare lontano dalla sua prigione, finalmente in salvo.
Ma quel giorno non arivava mai.
Ogni tanto un principe a cavallo arrivava sotto la torre della principessa e si mostava in tutta la sua fierezza, pronto a dare la vita per lei. Allora la principessa ardeva di speranza e cantava per il suo eroe con la sua voce incantatrice.
Ogni volta il baldo giovane di turno cominciava la ricerca della porta d’entrata e, quando capiva che questa non esisteva, cercava il modo di arrampicarsi fino alla finestra della bella pincipessa e di tenderle una mano.
Ma ogni tentativo era vano e per quanto il principe si sforzasse non c’era modo di arrivare fino a lei.
La principessa stava a guardare ma pian piano perdeva interesse, il suo canto si affievoliva, il bel giovane cominciava a non essere più così attraente e la speranza svaniva, ed allora ella si allontanava dalla finestra, abbandonava a se stesso l’aspirante redentore, e tornava a sognare il giorno in cui le cose sarebbero cambiate.
Un giorno come un altro qualcosa di nuovo accadde: non un principe arrivò alla sua dimora, ma una bella signora che sembrava vestita di luce.
“Mia dolce principessa, vieni giù da me” disse la donna.
“Non posso! Io sono rinchiusa in questa torre e sto aspettando che qualcuno venga a salvarmi.” Rispose la principessa.
“Non ci sono delle scale che ti portino quaggiù?”
“Non lo so sconosciuta signora della luce. Io sono rinchiusa in questa torre e sto aspettando che qualcuno venga a salvarmi”.
“Non c’è una corda con cui puoi provare a calarti dalla finestra?” continuò la donna.
“Non lo so. Io sono rinchiusa in questa torre e sto aspettando che qualcuno venga a salvarmi. Sei tu qui per portarmi in salvo?”.
La signora vestita di luce guardò la principessa con sguardo fermo e infinitamente dolce, le sorrise e disse: “Sono venuta per fare di meglio: sono qui per per farti scoprire che tu sai già come uscire”.
La principessa rimase in silenzio per qualche istante, poi aggrottò le sopracciglia e borbottò: “Io non capisco. Io sono rinchiusa in questa torre e sto aspettando…”
“Nessuno potrà venire a salvarti – la interruppe la donna con uno sguardo ancora più fermo – solo tu sai come fare per uscire dalla tua prigione”.
La principessa guardava intensamente la donna che tornò a parlare con dolcezza: “Canta per te stessa con tutta la voce che hai e tutto l’amore che puoi, chi ti ama sentirà il tuo canto dalle valli lontane e correrà da te. Nessuno sa che tu sei rinchiusa qui, i tuoi cari ti cercano ma sei tu che non ti fai trovare. Quando saranno arrivati tu gli dirai come raggiungerti, gli dirai dove sono gli appigli per potersi arrampicare su questa torre che conosci bene, perchè tu stessa hai costruito con tanta cura.
Sei scappata da una vita che ti faceva paura e ti sei rifugiata nel sogno di una vita alla quale non dai modo di realizzarsi. Sei stata per te stessa peggio di qualsiasi drago, più cattiva di qualunque orco sia mai esistito, ma ora io faccio luce nelle tue tenebre e finalmente potrai portarti in salvo.”
La principessa guardava sgomenta davanti a sé. Non ricordava da tempo chi l’avesse rinchiusa in quella torre ma ora pian piano i ricordi cominciavano a riaffiorare e vedeva la sua famiglia, il lungo e difficile viaggio che ella aveva fatto per fuggire dalla paura e dal dolore e poi la torre: sicura, inespugnabile e…per sempre.
La signora la riempiva di amore e di luce e così ella decise di cominciare a cantare ma stavolta cantava per se stessa. All’inizio fu solo un sussurro ma poi diventò un fiume in piena che raggiunse valli lontane come un richiamo alla vita.
Cantava e cantava la principessa e si sentiva riempire l’animo e il cuore. Quando scrutò l’orizzonte vide che tante persone si avvicinavano al suo nascondiglio, riconobbe la sua amata nonna, sua madre, suo padre e le sue sorelle, vide damigelle e servitori di corte e persino il suo cane. Tutti ascoltavano profondamente il suo canto e lo seguivano.
Fu allora che smise di cantare.
Non sapeva se la signora della luce fosse ancora sotto la sua finestra ma non guardò.
Insieme all’amore dei suoi cari stavano tornando da lei anche i fantasmi che la perseguitavano quand’era bambina. La paura cresceva e cominciò a chiedersi come avrebbe fatto a sopportare di stare fra tutta quella gente dopo aver passato tanti anni da sola nei suoi sogni. Forse non solo la paura ma anche l’amore l’avrebbe soffocata perché non era più abituata a respirarlo,
e forse proprio lei non sapeva come si faceva ad amare.
Così fece un passo indietro e chiuse la sua finestra, si sdraiò sul freddo pavimento nel buio della sua torre e ricominciò a figurarsi il giorno in cui un bel principe sul suo cavallo sarebbe arrivato e l’avrebbe portata in salvo. Chiuse gli occhi e si addormentò.
FINALE 1:
Sognando per l’eternità.
FINALE 2:
Cominciò a sognare forti braccia che la stringevano e verdi prati che correvano sotto gli zoccoli di un cavallo color della terra. Sorrideva la principessa, si sentiva finalmente vicina alla felicità.
Ma ecco arrivare qualcosa a rompere l’incantesimo: i verdi prati svanirono portando con sé il giovane amante ed il suo destriero.
Era di nuovo sola, al buio e al freddo della sua torre.
Cercò di tornare a rifugiarsi nel mondo della fantasia come aveva ormai abilmente imparato a fare, ma non ci riusciva, c’era qualcosa che glielo impediva. Non poteva uscire dalla torre e non era più in grado di fuggire in una realtà solo sognata.
Mente e corpo si trovavano forse per la prima volta nello stesso posto: un non-luogo che non era vita e neanche morte, né sogno né realtà.
La giovane era terrorizzata all’idea di riaprire la finestra, ma lo era anche al pensiero di rimanere per sempre chiusa in quella prigione. Non riusciva più a fare a meno di pensare alle parole della signora vestita di luce. La consapevolezza pulsava dentro di lei, la spingeva a rimanere sveglia, la esortava ad alzarsi e porre fine alla falsità e in quei momenti la principessa avrebbe voluto urlare talmente forte da sbriciolare i muri che la circondavano.
Ma allora cosa la spingeva a rimanere lì seduta a guardarsi attorno senza vedere nulla?
La principessa ora pensava alla sua luminosa signora, sperava di vederla apparire e illuminare la stanza, desiderava che le prendesse la mano e la portasse con sé, che la liberasse dal drago che dimorava in lei e che non le permetteva di continuare a cantare.
Intanto non molto lontano dalla torre, il re e la regina tendevano le orecchie trattenendo il fiato, nella disperata attesa di udire nuovamente il canto dell’amata figlia che li guidasse fino a lei. Non sapevano se attendere immobili o continuare a camminare e a cercare. Per anni la paura aveva immobilizzato anche loro e, come un malefico sortilegio, aveva chiuso i loro occhi e tappato le loro orecchie. Ma ora il canto della figlia li aveva liberati e potevano finalmente vedere e sentire di nuovo.
Il re chiese con forza ai suoi servitori di cercare ovunque, di arrampicarsi sugli alberi più alti e scrutare l’orizzonte in cerca di un segno della presenza della sua bambina. Ma nessuno riuscì a trovare nulla e così il re, con le lacrime agli occhi, sollevò il volto per guardare il cielo e cominciò a cantare. Era un canto poco allenato, rotto dal pianto ma di una dolcezza così disarmante che tutti si fermarono ad ascoltarlo e presto tutta la valle si intrise di quell’amore vero capace di riempire ogni paura.
La regina guardava il suo re come se lo vedesse per la prima volta, il suo canto scioglieva il ghiaccio che lei aveva messo a protezione del suo cuore e la tristezza si impadronì improvvisamente di lei. Fissando l’orizzonte lontano cominciò a chiedersi come aveva potuto non cercare sua figlia per tutti quegli anni, aveva ostinatamente voluto credere che fosse felice, respingendo il pensiero che potesse trovarsi in un qualsiasi pericolo, ed ora era terrorizzata all’idea di averla persa per sempre.
Il re sembrò indovinare i pensieri che offuscavano il bel volto della sua amata regina e così posò un braccio sulle sue spalle e la strinse al suo fianco, la regina poggiò la testa sul petto del suo sposo e si lasciò cullare dal dolce canto. Avrebbe voluto cantare anche lei, lo avrebbe voluto con tutto il cuore: cantare per la sua adorata figlia e farle sapere che anche lei la stava cercando. Ma non ne era ancora capace, anch’ella aveva costruito dentro di sè delle solide mura che la proteggevano e la imprigionavano e non sapeva, o forse ancora non poteva, liberarsene. Ma l’amore sollevava il suo cuore abbastanza in alto da poter guardare oltre ghiacci e mattoni e così, a bocca chiusa e denti stretti, con la forza e il coraggio di un intero popolo di elfi, cominciò delicatamente ad intonare il suo richiamo senza parole sperando che il cuore della sua piccola riuscisse a percepirlo.
(Non so ancora come finisce il secondo finale!!)

Mia sorella

Inizio Dicembre 08

I miei pensieri mi portano lontano: lontano da quello che provo per mia sorella, da quello che lei rappresenta per me. Scappano, ma non c’è bisogno di farlo: non succederà nulla di brutto se aprirò anche questo cassetto.
Non molti anni fa mia nonna materna mi disse che per mia sorella sarebbe stato meglio non nascere. Sbam. Pugno nello stomaco.
Ho sempre lottato contro chi diceva “poverina”, ho sempre sentito un moto di ribellione verso chi giustificava ogni aspetto negativo del suo comportamento compatendola per la sua situazione.
Mia sorella ha una dignità, è una persona tanto quanto lo sono le altre persone, ha il diritto e il dovere di portare in luce la sua umanità, di attuare il suo potenziale, di essere trattata da persona capace.
Vorrei aprire il cervello di tante persone che ho incontrato nel corso della mia vita e sbattergli dentro con forza questi concetti.
Ma forse anche io che ho sempre difeso queste idee in realtà non mi sono comportata coerentemente con esse.
Rabbia, rancore, senso di protezione: sono questi i primi stati d’animo che il pensiero di mia sorella mi suscita.
Quando eravamo piccole si giocava insieme e giocando lei era semplicemente una bambina come me. Ma poi c’era la vita reale e in quella io e mia sorella non eravamo uguali. Io imparai fin da piccolissima a vestirmi e lavarmi da sola, lei no, appena imparai a muovere i primi passi finì l’era del passeggino perché mia mamma non poteva andare in giro con due bambine che non camminavano e così ho dovuto imparare a correre.
Credo che non avessi chiaro fino in fondo che il non poter camminare non dipendesse da mia sorella, ed infatti ogni tanto cercavo di spronarla a farlo, le dicevo che era facile, le spiegavo come fare. Mi immaginavo come sarebbero andate le cose se avesse imparato: i miei genitori sarebbero stati fieri di me, mia mamma mi avrebbe preso in braccio, coccolata e si sarebbe presa cura anche di me, Francesca avrebbe potuto finalmente fare una delle cose più belle del mondo: correre!
Ma non imparò mai e così io continuai a fare la piccola adulta e lei continuò a portarmi via la mamma.
Va bene, non camminava, ma perché mai non si poteva vestire da sola?!? Le braccia le aveva, il cervello pure…perché la vestiva la mamma?? Che rabbia. Ma allora non la vivevo verso di lei questa rabbia, non sapevo nemmeno si chiamasse così. Mi capitava di diventare triste, solitaria, mi mettevo un braccio davanti al viso e dicevo a chi mi stava di fronte di non guardarmi, di lasciarmi stare, mi coprivo gli occhi sperando così di sparire, di non esistere, perché tutto ciò che provavo in quei momenti non era giusto, era gigantesco, era cattivo. Nessuno mi ha mai detto che non era così.
Mia madre in quei momenti faceva finta di niente, sembrava davvero che non esistessi. Credo le sembrasse il modo giusto per affrontare la situazione, tanto sapeva che prima o poi mi sarebbe passato. In realtà ciò che passava era la manifestazione di disagio, ma quest’ultimo rimaneva e si insediava sempre di più dentro di me.
Negli anni delle elementari ricordo una sorta di anestesia, quelli sono per me gli anni che separano la sofferenza di quando ero molto piccola da quella che scoppiò all’inizio dell’adolescenza.
Giocavo meno con mia sorella, uno dei momenti che ci univano durante la giornata era la sua passeggiata quotidiana. Con l’inizio delle elementari Francesca aveva cominciato a portare dei tutori e ad usare delle stampelle per potersi muovere e doveva ogni giorno fare una mezz’ora di caminata. Così si usciva e, lungo il cammino, io avevo appuntamento con tutti i cani dei giardini delle case e con i fiori che mi piaceva odorare ed anche assaggiare! Era un momento piacevole, l’unica cosa che lo rovinava erano gli sguardi delle persone. Ricordo che mi sentivo un fuoco dentro quando guardavano mia sorella, quando la fissavano. Ricordo che cercavo di portare quel fuoco nei miei occhi e di incenerire le persone con lo sguardo. A Francesca non credo sia mai importato nulla degli occhi curiosi degli altri, credo che solo io bruciassi dentro. Per la prima volta mi chiedo se bruciassi di rabbia o di invidia…Non è che forse non sopportavo il fatto che guardassero lei e non me? Ancora una volta io ero trasparente.
Poi è arrivata l’adolescenza, la ribellione, una rinnovata sofferenza.
La mia strada si stava separando sempre di più da quella di Francesca, non si giocava più ormai e di cose da dirci ne avevamo molto poche.
La mia rabbia ormai era sempre pronta ad esplodere e spesso accadeva che esplodesse con mia sorella attraverso litigi furibondi, fini a se stessi, che finivano spesso con un vaffanculo reciproco ed una rabbia ancora più intensa.
Lei fuggiva ogni giorno di più dal mondo esterno ed i miei genitori la lasciavano fare perché, “poverina”, non le si poteva chiedere di vivere una vita normale che sfruttasse le sue risorse.
Questo mi faceva davvero incazzare, tanto per cambiare.

Gelosia, paura di essere messa in ombra, sentimento di inferiorità: sono sentimenti sempre in agguato dentro di me.
Ancora oggi appena qualcuno che amo accenna ad una qualità secondo lui posseduta da qualcun altro io mi sento subito bruciare di gelosia e mi sento uno schifo, una merda, una nullità. Mi sento persa e non amata, senza via di fuga, senza la possibilità di fare nulla per poter ottenere anche io amore e stima da quella persona.
Da un po’ di tempo riesco a controllare di più questi sentimenti ma ammetto che ogni tanto ne sono ancora sopraffatta e, anche se non mi portano più a distruggermi fisicamente (??), mi fanno soffrire molto.
E’ esattamente ciò che provavo da bambina. Perché i miei genitori non l’hanno mai capito?
Anche solo l’essere sgridata mi dava sollievo: c’ero anche io!
Da un certo punto in poi iniziai a fare leva sulla mia presunta intelligenza per attirare l’attenzione e così sbalordivo i miei genitori con precoci capacità di vario genere con le quali cercavo di sminuire quelle di mia sorella: all’ultimo anno di scuola materna sapevo già leggere e scrivere, poco dopo imparai da sola a scrivere piccoli racconti e studiare a memoria le poesie, mentre mia sorella su queste cose era sempre stata in difficoltà.
Tutto questo era nutrimento per il mio senso di colpa verso mia sorella ed in più non mi rendeva comunque felice perché alimentava sempre di più quel soffocante spirito competitivo che ancora oggi muove molte mie azioni e spesso mi fa perdere di vista i miei veri obiettivi.
In ogni caso nemmeno questo servì ad avere l’amore che desideravo da mia madre: era come se lei desse per scontato il fatto che io fossi sempre la migliore. Ricordo bene una volta in cui le dissi che avevo vinto una qualche gara in uno dei tanti sport che praticavo da bambina e lei mi rispose con un “non avevo dubbi” detto non con un tono fiero ma quasi scocciato, annoiato. Quella volta qualcosa cominciò a cambiare: ero una ragazzina ed all’inizio ci rimasi immensamente male ma poi piano piano nacque in me una voce arrabbiata che alla fine diventò un grido di ribellione, un vaffanculo grande come il mondo. Non era facile cercare di eccellere sempre, sentire costantemente l’ansia e il terrore di arrivare seconda ed essere così un qualcosa di inutile e indegno.
“Cara mamma, se ti scoccia che io sia intelligente e capace, se comunque in ogni caso non te ne frega nulla di me, sai cosa ti dico? Vai ad abbracciarti la tua figlioletta malata e lasciami in pace, da ora me ne frego anche io sia di te che di me!”
Così cominciò il calvario dell’adolescenza in cui la rabbia dominava incontrastata. Ma ormai non sapevo già più quale fosse la sua origine, ormai la mia famiglia era solo un puntino nero perso dentro il rosso del mio dolore che mi pervadeva.
Se in quegli anni pensavo a mia sorella si apriva una ferita terribilmente dolorosa e così cercai in ogni modo di non pensare più, né a quello né alle altre cose che tanto mi avevano colpito in quei primi anni della mia vita.
Ogni tanto mi crollava addosso il peso di essere cresciuta e di aver acquistato un’autonomia che mia sorella invece non aveva, di essere una ragazza che volente o nolente attirava le attenzioni degli uomini mentre mia sorella non aveva nemmeno mai camminato mano nella mano con un ragazzo.
Ma più di tanto non potevo fare: mi sono negata tutti i piaceri che ho potuto, ho deturpato il mio corpo e ho abbondantemente limitato i successi nello studio. Eppure continuavo a crescere, a piacere e interessare agli altri, a sentire passioni verso cui volevo dirigere la mia vita. E in tutto questo non trovavo una soluzione per non lasciare indietro mia sorella: una persona ormai abissalmente lontana da me, con cui la comunicazione era già interrotta da tempo.
Chissà come ha vissuto lei quegli anni, chissà se davvero soffriva a vedermi crescere chissà se invidiava le mie possibilità o se invece non gliene fregava proprio niente.
Sono sempre stata così convinta di avere una vita così immeritatamente felice in confronto alla sua (che pure invidiavo), ma, se mi fermo un attimo a pensare, i miei primi ventisette anni di vita (escludento alcuni momenti) non sono proprio trascorsi all’insegna della mia idea di felicità. Chissà se invece lo sono stati i suoi per lei. Sono molte le cose di cui ho bisogno di parlare con lei e questa è una di quelle.

Lettera alla mia malattia

Fine Novembre 08

Cara malattia,
non è facile scriverti. Non è facile accettare che tu non sei me ed io non sono te; è una cosa bella ma non facile.
Ora sono senza identità: non sono più una bulimica, un’anoressica, un’autolesionista, capiterà ancora di avere problemi di questo tipo, forse, ma in ogni caso io non sarò solo quello, non vale più l’equazione Chiara = malattia, io sono ben altro...solo che devo ancora scoprire cosa!! E questo, certo, mi fa un po’ paura.
Sai di cosa sono stupita?
Del fatto che non ti odio. Provo affetto quando penso a te e non rancore.
Tu ricordi quando ci siamo incontrate? Io non lo saprei dire...
Ricordo che la prima volta che ho vomitato avevo dodici anni, ma non credo proprio sia stato quello il nostro primo incontro.
Credo che tu sia un’ottima osservatrice e che scelga con cura la persona che abbraccerai fin da quando è bambina.
I miei parenti mi raccontano che quando sono nata e per i primi mesi a seguire le uniche persone che potevano prendermi in braccio erano mia madre e mia nonna paterna mentre con qualsiasi altra persona urlavo disperata (in realtà loro dicono “incazzata nera”): interessante vero? Una bimba diffidente e impaurita? Sembra una buona candidata ad essere abbracciata...
Verso l’anno mi sono calmata, sono diventata molto dolce, cercavo sempre coccole ma non davo mai confidenza agli estranei, da quando ho ricordi sono sempre stata molto restia verso chi non conoscevo e quando conoscenti dei miei mi facevano le classiche moine che gli adulti fanno ai bambini mi si stringeva lo stomaco e mi stringevo forte alla mamma o alla nonna...non avevo fiducia nel mondo esterno, la scuola materna per me è stata una tragedia. Solo a casa mi sentivo al sicuro e solo con la mia nonna ero in pace con me stessa.
Sempre più interessante questa bambina, vero malattia?
Scommetto che una delle cose che ti attraeva era il dolore che aleggiava nella mia casa ed il mio essere infinitamente sensibile ad esso. Credo che la voce interiore che sentivo da piccolissima che diceva lieve che la mamma voleva più bene a mia sorella fosse un tuo sussurro, come quello che mi ricordava che ero cattiva perché avevo imparato a camminare e mia sorella no...e così io, quindici chili di bambina, andavo dalla mia sorella maggiore e cercavo di farle capire come camminare, provavo a sollevarla, studiavo i miei muscoli e i miei movimenti per spiegarli a lei con più dettagli possibili.
Credo che l’unica persona che avrebbe potuto tenermi lontana da te fosse la nonna. Ti ricordi quando mi amava la mia nonna? Ti ricordi come io mi sentissi parte di lei?
A sei anni forse abbiamo stretto il nostro patto: la nonna è morta, lei è dovuta soccombere alla sua malattia.
Ero davvero sola, follemente impaurita…Ma l’età della latenza mi aspettava e così ci siamo date appuntamento più in là, una volta finita.
Ed ecco che a dodici anni ti sei presentata sotto una forma più concreta e mi hai spinta a cacciarmi due dita in gola.
Ma ha prevalso ancora il finto mondo perfetto in cui credevo di trovarmi. La mia mente aveva rimosso il dolore, l’angoscia e vedevo la vita da una bolla di sapone. Così mi hai dato la mano ma non sei riuscita ad abbracciarmi.
E’ solo a quattordici anni che ci siamo strette nell’abbraccio più profondo che io abbia mai ricevuto dopo quello di mia nonna.
E’ per questo che non posso volerti male, eri l’unica che era davvero accanto a me a sostenermi, credo che senza di te mi sarei sgretolata in mille pezzi.
Sai, la sola idea di avere ancora tre-quattro anni e rivivere la mia vita fino ad oggi mi toglie il fiato, è una cosa che non potrei mai sopportare e quando penso al dolore lancinante che così tante volte ho sentito, forte e insopportabile come una spada che trafigge cuore e polmoni e fa sentire senza più sangue né aria, mi chiedo come io abbia fatto ad arrivare dove sono ora.
Ma in realtà la risposta ce l’ho: è perché c’eri tu.
Mi hai fatto soffrire tanto, non c’è dubbio, ma il dolore che mi provocavi tu era infinitamente più piccolo di quello dell’assenza, del vuoto, della colpa, dell’indifferenza.
Tu non facevi finta che non esistessi, che non soffrissi, tu riconoscevi il mio essere, il mio vivere, il mio amare, riconoscevi la mia rabbia folle, il mio dolore, la mia angoscia, la mia solitudine. Quando tu mi guardavi non vedevi una ragazzina sorridente, simpatica, un po’ ribelle e poco incline a parlar di sé. Tu vedevi una Chiara che urlava, che si apriva la carne e rimaneva a guardare i fiumi di sangue scorrere, che era capace di pesare anche dieci chili in più dopo aver divorato cibi commestibili e non, per poi chiudersi in bagno e liberarsi di tutto quel peso di vivere poco dopo, una Chiara con gli occhi gonfi di lacrime e senza più respiro, una Chiara che per due volte ha ingoiato scatole intere di sonniferi e psicofarmaci, che è finita in una sala di ospedale, piena di luci e di folletti (evviva le allucinazioni), mentre delle vaghe figure vestite di verde le infilavano un tubo nel naso per toglierle il sollievo del sonno profondo.
Mi hai vista dentro quell’ospedale, in psichiatria. Solo tu c’eri, solo tu sai oltre me. Nessun altro ha sentito quelle persone urlare o ha visto i loro volti sofferenti mentre impazzivano per un dolore che non sapevano spiegarsi o per delle voci nella testa che non li lasciavano stare, mentre gli infermieri si fumavano le loro sigarette...
Mi hai vista inerme e impaurita in un bosco, mi hai vista sniffare coca, mi hai vista fissare il vuoto aspettando che uomini finissero di usarmi...
Ma sei rimasta a sostenermi.
Come posso non volerti bene.
Ora però non possiamo più rimanere strette nel nostro abbraccio cara malattia.
Mi sono accorta che posso rimanere integra anche senza di te, mi sono resa conto che non esiste solo il dolore e che quindi non sono costretta a scegliere quello che fa meno male.
Dobbiamo salutarci malattia e vorrei proprio che fosse un addio.
Mi commuovo mentre te lo scrivo perché in un angolino del cuore mi mancherai e so che io mancherò a te. Ma spero sarai contenta, perché hai fatto il tuo dovere, mi hai portata fin qui ed ora posso farcela da sola e posso finalmente lasciarmi essere felice.
Se sono ciò che sono lo devo ANCHE a te e se mi chiedessero di cancellarti dal mio passato non lo farei.

Trattenendo il fiato ti dico...
Addio.

Sono in trasformazione...

Novembre 08

Negli anni, per difendermi dalla realtà, mi sono costruita degli schemi mentali in cui incasellarla e plasmarla perché potesse stare tutta dentro i confini che avevo creato per poterla vivere e vedere nel modo in cui avevo bisogno.
E così per anni le cose sono state come volevo io: ho negato certe realtà perche erano troppo belle o troppo brutte, rinnegato bisogni perché mi rendevano fragile e vulnerabile. Mangiare e dormire solo quando lo decideva la mia mente, senza cedere ai “biechi” desideri del mio corpo, mi faceva sentire potente, forte, invincibile, così come poter decidere quando e in che modo provare dolore fisico e resistere ad esso.
Ora sto imparando a far sì che la mente si rilassi, che non abbia più paura e che impari a fidarsi delle sensazioni del corpo.
Le cose stanno cambiando, in modo rapido e naturale: il corpo comincia a farsi sentire, ma la mente fa ancora fatica a seguirlo.
Vedo i cambiamenti, ne sono felice ma a volte mi fanno anche un po’ paura. Così la mente cerca di preservare parte dei suoi schemi in cui mettere ancora una parte di realtà.
Non capisco ancora bene quando è il corpo a parlare e quando è invece la mente.
Voglio riuscire a seguire la mia trasformazione e lasciar cadere la vecchia visione del mondo, il vecchio bisogno di controllare ogni cosa.
Voglio imparare a “lasciare che sia” e ad ascoltare le mie reazioni per poi decidere qual è la cosa più giusta per me, per il mio corpo e per la mia mente, tutto insieme, e non lasciarlo decidere a quest’ultima a priori.
Posso iniziare a farlo sperimentando con il cibo: ora non è più un nemico da combattere ma un’opportunità per stare bene e prendermi cura di me, dimostrarmi amore. Posso scoprire, ascoltando il mio corpo, quali sono i sapori che preferisco, quali le sostanze di cui lui ha bisogno.
Il primo passo è dedicare del tempo alla scelta e alla preparazione del cibo in base a ciò che ho voglia di mangiare (che corrisponde al bisogno che il mio corpo ha di determinate sostanze).
Per quanto mi costi fatica ammetterlo ora, c’è un discorso che non ho mai preso in considerazione, perché andava oltre tutti i controlli: il gusto e il piacere di mangiare.

Vorrei che mangiare fosse un qualcosa di facile, di naturale, qualcosa che non richieda un dispendio di energie e preoccupazioni. Vorrei poter pensare al cibo solo nel momento in cui lo preparo e lo consumo, senza dargli altro significato se non quello di “qualcosa che mi fa sopravvivere”.
Mi piace l’idea di mangiare un determinato cibo perché mi fa bene, perché mi dà sostanze che servono al mio corpo per stare in forma e in salute, ma non mi piace l’idea di mangiare una cosa “perché è buona”: mi sembra di perdere il vero senso del mangiare ed ho anche paura di non capire più se sto mangiando perché il mio corpo ha ancora fame o se sto continuando a ingerire cibo solo perché ha un buon sapore.
E poi a me fa schifo vedere le persone che mangiano con gusto.
Mi faccio schifo io quando non ho il controllo, e non voglio dare la possibilità al cibo di farmelo perdere solo perché è gustoso.
Mangiare serve per nutrirsi. E’ già tanto che accetto questo.
Quando riesco a passare lunghi periodi mangiando poco e solo cose molto semplici, scondite, che hanno un solo preciso sapore, che non deve necessariamente fare schifo, è tutto più facile.
Passare dei mesi assumendo inizialmente 1000 kal al giorno per poi passare a 800, e poi a 500, per poi stare tra le 250 e le 150 è bellissimo. E’ una cosa strana: si assumono 300 kal al giorno e, tra la vita quotidiana e lo sport portato all’estremo, se ne consumano 3000 e si sta bene!!!
Qualche giramento di testa c’è ma si è super attivi si dorme anche di meno, si fanno mille cose e il fisico si depura, usa tutto ciò che c’è in eccesso, fino ad arrivare all’essenziale. E il cibo è solo qualcosa che entra a sporcare tutto, come lo si può gustare? Perché devo mangiare, e magari mangiare anche troppo, se al corpo serve così poco? Se passando dieci giorni totalmente a digiuno, bevendo solo ed esclusivamente acqua pura, lui si sente meglio?
Io sto bene quando posso fare a meno del cibo. A me il cibo fa paura.

Ok, sto delirando.

Domanda:
fino ad adesso ha parlato la mia mente, la mia paura o Chiara?

Ho permesso al cibo di prendere il sopravvento, mi sono resa sua succube per reiterare i sopprusi subiti trovando la mia identificazione nel ruolo della vittima.
Mi violento quando mi abbuffo e mi violento quanto mi infilo la mano in gola per vomitare, ogni volta è un ripetere la violenza subita, un rivivere quel momento e punirmi per averlo vissuto allora.
Così mangiare vuol dire riempire il mio corpo fino a farlo stare male, fino a percepire tutto il cibo ingerito come qualcosa di schifoso che mi inquina. Vomitare, poi, è sia intrusione e violenza che tentativo di liberazione e purificazione.
All’estremo opposto c’è invece il non concedermi nulla, il controllo totale di tutti gli impulsi e i bisogni del mio corpo, fino ad affamarlo e consumarlo. Il bisogno di controllo è dettato dalla paura di perderlo completamente ed essere nuovamente vittima degli altri. Se non mangio, non dormo, se non provo nessun desiderio sono potente, inespugnabile, niente e nessuno mi può fare del male.
La completa perdita di controllo mi porta al bisogno di ripristinare uno stretto regime totalitario e viceversa, in un circolo vizioso senza fine.

Come trasformare il circolo vizioso in un circolo virtuoso?
Cosa mi ha portato per la prima volta ad aver bisogno di controllare il cibo e il mio peso? Qual è stata la prima mancanza di controllo che ho percepito?
E’ stato il non poter controllare ciò che succedeva alle persone a cui volevo bene (lo star male di mia sorella, la morte di mia nonna, la freddezza di mia madre) e nemmeno i miei sentimenti, che avrei voluto adeguare a ciò che mi veniva richiesto di provare (indifferenza).
Poi c’è stato il non poter impedire a William di farmi del male, l’unica cosa che ho potuto fare è stato cercare di controllare il terrore e lo schifo che ho provato.
Cos’era l’unica cosa che davvero potevo cercare di contollare? Su cosa potevo sfogare il mio bisogno di essere padrona di qualcosa? Su me stessa o meglio sul mio corpo.
Ma l’unica cosa che ci ho guadagnato è stato farmi ancora più male (che era comunque uno degli obiettivi, dettato dal senso di colpa per non aver “saputo” controllare nulla della mia vita).
Cosa fare ora?
Ci vorrebbe una bella via di mezzo tra l’assenza e l’eccesso di controllo, qualcosa che mi permetta di stare bene con me stessa ed il mio corpo, senza sbattermi da una parte all’altra.
Su cosa agire?
Sia sulla sfera legata alla parte psichica, quindi sulle percezioni delle situazioni che mi hanno fatto sentire inerme ed indifesa davanti alla vita, sia sul piano fisico, ricercando ciò che fa stare bene il mio corpo in modo da non costringerlo a richiedermi rimedi estremi e permettermi così di distogliere l’attenzione dal controllo del corpo (sintomo) e potermi così concentrare liberamente sulle sue cause.

“Una persona splendida che sa come regalare gioia e serenità”…Dove sono io?

Ottobre 08

Io sono dietro l’inganno.

Ed ancora una volta sono qui ad ingannare me stessa prima di ogni altro.
Credo mi piaccia pensare che tutto ciò che gli altri vedono in me sia finto, sia solo quello che io voglio far vedere loro, perché questo mi fa sentire diversa, particolare. Ho detto così tante bugie che ora non so più nemmeno io quale sia la verità.

C’è qualcosa dentro di me, qualcosa che posso dare agli altri, questo lo sento.
E probabilmente c’è anche qualcosa che già do: alcune persone mi dicono che sono speciale, ci sarà pur qualche motivo, ma quale? Perché dovrebbero mentirmi tutte? Sicuramente qualcuno lo dice solo perché vuole ottenere altro da me, ma è possibile che siano tutti così? Oppure è possibile che io sia così geniale da far credere loro che sono speciale mentre sono una schifezza? Si, in realtà è possibile, sono stata capace di far credere le cose più improbabili a chiunque, con una facilità che ogni volta mi lasciava sconcertata, delusa, a volte anche ferita.

Io sono dietro l’inganno...Ma qual è l’inganno? E chi sto ingannando davvero?

Vorrei poter donare gioia e serenità, credo sia il mio desiderio più grande, a volte ho la sensazione strana di essere nata solo per questo...eppure c’è tanto dolore dentro di me, ed è un dolore che mi porto dietro anche quando indosso la maschera sorridente e recito la mia parte nella scena di turno. Come posso regalare calore se dentro ho tutto questo freddo, tutta questa rabbia, questo bisogno estenuante di essere amata e la costante sensazione di non esserlo mai?
Purtroppo non mi immagino di poter vivere diversamente, non immagino la mia vita senza la continua ricerca di un modo per essere vista, ritenuta speciale, presa per mano e amata, un modo che passa obbligatoriamente per la sofferenza (anoressia e bulimia, autolesionismo, continua alternanza di fase euforica e fase depressiva (fase euforica = anoressia, fase depressiva = bulimia, tagli), allontanare gli altri e sentirmi abbandonata).
 Non immagino la mia vita senza il senso di colpa costante con cui sono cresciuta che nasce da:
· essere nata sana e sbattere la cosa in faccia a mia sorella ogni giorno della nostra vita;
· desiderare di essere malata come lei per ricevere la stessa attenzione e lo stesso amore da mia madre;
· provare dei sentimenti (angoscia, paura, solitudine, rabbia, amore, gioia di vivere, entusiamo), mentre mia madre mi imponeva l’indifferenza sia nei miei confronti che come modello di vita;
· sentire di non poter fare nulla per cambiare le cose;
· non riuscire ad essere perfetta come, secondo me, avrebbero voluto i miei genitori, all’altezza della situazione, il che probabilmente voleva dire non soffrire e raggiungere il successo senza farsi intralciare dai sentimenti per dare sollievo a tutti.

Da questo senso di colpa è nata la forza per ribellarmi all’immagine che i miei genitori avevano costruito per me e fare così di tutto per essere meno perfetta possibile. Tra i dodici e i quattordici anni ho iniziato così a vomitare, non mangiare, fumare.

Risultato: una grande confusione.

A tutto questo si aggiunge il fatto che sono sempre stata convinta che mia madre fosse costretta a stare con mio padre e a subire da lui cose che lei non avrebbe mai voluto, come ad esempio l’atto sessuale.
Così accade che, immersa in questa enorme confusione che si alimentava sempre di più, incontro qualcuno che mi fa credere qualcosa che non è vero.
Ho creduto di essere innamorata di lui, o forse lo ero ma era un amore infantile, di quelli in cui basta sfiorarsi una mano per sentirsi scoppiare il cuore. Ma lui non era un bambino come me, era un adulto con un piano ben preciso in mente: fare in modo che mi fidassi di lui per poi prendersi quello che voleva da me.
Avevo quattordici anni, lui poco meno di trenta, ci conoscemmo durante le mie passeggiate con il mio cane, lui si univa a me e alle altre signore che portavano a spasso i loro cani. Quando eravamo tutti insieme non mi degnava di uno sguardo, ma quando rimanevamo solo io e lui passavamo un sacco di tempo a parlare e mi diceva quanto fossi bella. Io non vedevo l’ora di quel momento perché mi emozionava e ci pensavo e ripensavo tutto il giorno successivo.
Poi una sera mi chiese se mi andava di vederlo dopo la passeggiata, e se avessi potuto trovare il modo di non dire ai miei che uscivo, altrimenti non me l’avrebbero permesso. Così tornai a casa, lasciai giù il mio cane, mi chiusi in camera ed uscii dalla finestra per andare da lui.
Camminammo un po’, fino ad arrivare ad un boschetto dietro la zona industriale.
Lì si sedette su di una panchina e mi fece sedere in braccio a lui.
Cominciò a baciarmi in un modo un po’ schifoso, non proprio uguale al mio primo bacio, che avevo dato pochi mesi prima. Poi iniziò ad accarezzarmi il seno immaturo. Credo di aver capito, in quel momento, dove lui voleva arrivare, ma sono rimasta lì.
Si alzò e mi portò dentro al bosco.
Era arrivato il mio turno, gli dovevo ciò che gli spettava, l’amore era questo.
Mi tirò giù i pantaloni, se lo tirò fuori, io non sapevo che fare, avevo paura ma rimasi immobile.
Mi prese, mi girò di spalle, mi fece piegare in avanti e mi fece scoprire questo nuovo dolore.
Continuavo a non sapere se dovevo fare qualcosa o semplicemente aspettare che finisse. Mi faceva male, mi faceva schifo, così cominciai a pensare ad altro.
Poi ad un certo punto mi spinse via, mi girai e vidi uscire quello che a scuola avevo imparato chiamarsi sperma.
Non ricordo nulla del viaggio di ritorno a casa, non ho idea se uno dei due abbia aperto bocca, ricordo solo che non vedevo l’ora di arrivare a casa e infilarmi sotto l’acqua bollente della doccia.
Rientrai dalla finestra, passai davanti a mia madre che mi chiese perché avevo la faccia sconvolta. “Niente” risposi io e mi chiusi nel bagno, mi spogliai (sangue), ed entrai in doccia dove cominciai a lavarmi ossessivamente senza riuscire mai più a sentirmi pulita.
Gli ho permesso di farlo di nuovo e questo ha aumentato a dismisura il mio senso di colpa.


Ci ho messo tredici anni per riconoscere che cosa è accaduto realmente.
Per anni, inconsciamente, mi sono colpevolizzata silenziosamente del fatto che gli ho concesso ciò che lui voleva e questa è stata l’origine dell’aggravarsi di tutti i miei disturbi: vomitare, digiunare e tagliarmi con più ferocia, fare uso di tutte le droghe che riuscivo a recuperare, dare il mio corpo a chi lo chiedeva, bisogno di ribellarmi sempre di più alle regole, bere, non rincasare più la notte, bruciarmi con le sigarette, tagliarmi, vestirmi di stracci, rasarmi a zero, andare male a scuola e farmi bocciare, etc.
Mi chiedo ora: quanto sono disposta a concedere a lui ancora del mio tempo, del mio spazio e della mia vita? Non ha già rubato abbastanza?

Quanto male è riuscito a farmi, non solo quando avevo quattordici anni ma per tutti gli anni a seguire.
È riuscito a farmi credere di essere io quella sporca, quella che doveva pagare per ciò che aveva fatto.
Ed ho pagato! Ho pagato tanto ma per un errore che non ho commesso.
Ora lo so e ciò che ho bisogno di fare è di sentirlo sempre più profondamente, di irradiare di questa consapevolezza ogni angolino buio che ancora ha dei dubbi.
Sono una persona adulta (è tempo di riconoscere anche questo fino in fondo, superando la paura) e oggi mi posso difendere, mi devo difendere, posso impedirgli di ferirmi ancora, perché non me lo merito.
Devo smettere di punire una bambina che cercava solo di essere ciò che le avevano fatto credere di dover essere.
Oggi posso scegliere di essere ciò che sono davvero.
Ha approfittato del mio essere immatura, ingenua, mi ha fatto credere di aver fatto solo ciò che anche io avevo voluto. Mi ha fatto credere di essere adulta, capace di scegliere ciò che era giusto per me e che volevo davvero.
Io desideravo provare quell’emozione che mi faceva palpitare il cuore al solo pensiero di vederlo, non immaginavo che lui avesse altri progetti.
Ma a lui non è mai fregato niente di me, di ciò che provavo o di ciò che ero ed ora so che NON È STATA COLPA MIA!

Lettera a mia madre

Inizio Ottobre 08
Mirella.
Ti chiami così. La mia mamma si chiama così.
Mirella: c’è tutto un mondo dietro questo nome, un mondo che poco hai voluto condividere con me.
Tante volte ho desiderato sapere in che modo, nella tua vita, hai amato, gioito e sofferto. Le domande che ogni tanto ti ho posto nel corso degli anni, con tutta la discrezione che mi era possibile, volevano cercare di raccogliere qualche briciola del tuo cuore, per calmare la disperata fame che sentivo.Fame di te, di riconoscere nel tuo vivere qualcosa del mio, di sentire il calore del tuo sangue scorrere nelle tue vene, per poter lasciare al mio tutto quell’impeto che non mi spiegavo.
Mamma.
Io ti ho sempre chiamata così. E per me tutto il tuo mondo era solo quello che vedevo io.
Se con la memoria vado molto indietro negli anni, quando io ne avevo tre o quattro, la prima immagine che mi viene in mente è quella di Francesca che urla, strilla e piange disperata perchè tu e il nonno le state togliendo delle bende dalle gambe.
Io non capisco bene cosa le stiate facendo ma so che non posso più resistere, non posso sopportare di vedere mia sorella soffrire così.
Ed ecco che nei miei ricordi sopraggiunge un senso di protezione, la consapevolezza di avere un porto sicuro dove andare a ripararmi.
Non eri tu quel porto mamma. Mi dispiace, ma non eri tu.
Apro la porta di casa e corro al piano di sotto, con la tua voce che mi segue per le scale dicendomi di tornare indietro, ma io non posso tornare lì mamma, non ce la faccio io.
Ecco che al piano di sotto mi attende il mio porto sicuro: è lì seduta sul divano che si tappa le orecchie per non sentire le grida e, appena mi vede, apre le sue braccia.
E’ la nonna, che mi stringe forte e mi dice: “Tu sei come me, non ce la fai a sentirla piangere”, ed io mi sento avvolta d’amore, compresa e protetta e finchè sono tra le sua braccia ogni colpa svanisce.
Mi sentivo così quando c’era lei e dopo che se n’è andata nessuno ha più saputo davvero chi ero e cosa provavo, o almeno a me è sembrato che più nessuno lo capisse.
Lei era così simile a me, io la vedevo “piccola”, capace di commuoversi per le stesse cose che facevano piangere me, capace di un abbraccio sincero, di mostrare i sentimenti che provava, incapace di nasconderli.
Quando se n'è andata c’è stato il vuoto.
Se non riuscivo ad affrontare le situazioni con la tua forza, non avevo nessuno con cui condividere la mia debolezza che mi faceva soffrire.
La colpa di non poter fare nulla, di essere inadeguata, era solo mia.
E c’era la solitudine.
Tante volte mi sono sentita sola davanti alla vita e mi faceva paura, perchè non mi sentivo capace di affrontarla come facevi tu.
Mamma ho provato a conquistarti in ogni modo, ma non ce l’ho fatta.
Ho provato rabbia e invidia nei confronti di Francesca perchè lei aveva tutte le attenzioni che tanto desideravo e mi sembrava che la sua vita fosse più facile, e mi sono sentita un mostro per questo, cattiva ed effettivamente indegna del vostro amore.
Mi sono sentita in colpa anche solo di desiderarlo questo amore, ma per me non è pensabile una vita senza di esso e mi sono sentita colpevole anche di questo. Ho cercato dentro di me l’eco dei forti sentimenti che sentivo ma, non avendo imparato a volermi bene, ho messo da parte l’amore e mi sono rifugiata in un assordante dolore.

L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera.

1 Agosto 2008

LE PRIME PAROLE LANCIATE IN UN BLOG...

Oggi ho lasciato un post su questo sito chiedendo se qualcuno per caso conoscesse una chat dedicata ai dca…
Domanda un po’ strana forse…Il fatto è che stavo veramente male, vedevo arrivare il mostro e sapevo che di lì a poco mi avrebbe divorato. Avevo bisogno di parlarne con qualcuno. Subito.Alla fine non ho trovato questa benedetta chat ed allora ho chiuso gli occhi e mi sono preparata ad essere fatta a pezzi.
Ora, dopo circa 9 ore, ho ricucito in qualche modo i brandelli (in tutti i sensi) e cerco di rimettere assieme anche i pensieri…
L’altra notte ho letto un articolo su una ragazza morta a causa della rottura delle pareti dello stomaco mentre vomitava dopo un’abbuffata. In preda al terrore sono approdata su questo sito e, alla sezione HELP ME, ho scritto queste parole:
“Questa notte ho letto un articolo:“Morta a causa di una lacerazione dello stomaco dopo aver ingerito un volume di 5,6 litri di cibo. (…)Il suo stomaco stava già morendo ancor prima di rompersi. Ogni volta che ci si abbuffa, lo stomaco si espande, e se si espande troppo i vasi che trasportano il sangue vengono schiacciati, finché si lacerano e il sangue fuoriesce uccidendo i tessuti circostanti. L’area di tessuto coinvolto nella fuoriuscita di sangue si consuma progressivamente, diventa più sottile, e quindi ad ogni abbuffata il pericolo è maggiore. Vomitare poi è come aggiungere benzina sul fuoco, perchè la pressione sui tessuti dello stomaco aumenta oltre livelli ritenuti normali. (…)”
Queste alcune delle parole che mi hanno inflitto, per alcuni istanti, lo stesso rigor mortis di quel corpo accasciato, nudo e senza vita impietosamente impresso in cima all’articolo, a precedere la descrizione della sua autopsia.
Non ho dormito tutta notte.
Il terrore iniziale si è trasformato in qualcosa d’altro, qualcosa a cui non so dar nome.Ho ricominciato ad abbuffarmi, per continuare a cercare la soddisfazione del mio bisogno senza volto. In qualche luogo della mia mente ho sentito esprimere il desiderio sussurrato che capitasse anche a me quello che è successo a lei, a quella ragazza senza nome che ora per il mondo è solo un cadavere livido, ripiegato su se stesso davanti alla tazza del cesso. Chissà se fino a qualche ora prima di rinchiudersi in quel bagno per urlare il dolore che aveva dentro, aveva sorriso allegramente a sua madre o a qualche amico che la considerava una persona splendida che sa come regalare gioia e serenità…L’ho seguita anche io in quel bagno, mi sono infilata la mano in gola, sì tutta la mano perchè ormai da tempo due dita non bastano più al mio stomaco per restituirmi quello che disperatamente gli caccio dentro. Un vomito immensamente doloroso perchè dopo le ultime settimane di folli, continue e inarrestabili abbuffate ho deciso di farmi bucare la lingua, sperando in un freno esterno: non mi bastavano più i tagli sulle braccia e nemmeno le più ardite ferite sulla lingua, ho avuto bisogno di un piercing che me la trafiggesse che la facesse gonfiare come una palla per riuscire a stare un giorno, un solo misero giorno, senza divorare il mondo. Dal secondo giorno me ne sono fregata del dolore, come sempre, e così sono riuscita a far diventare le mie torture ancora più efficaci e il metallo che percepisco costantemente nella carne mi ricorda ogni istante la croce che mi sono costruita in questi 13 anni.
Ma in realtà non voglio che accada, non voglio morire.Però è così faticoso lottare contro la morte, la vita, il cibo, se stessi…Vorrei che un qualsiasi evento mi impedisse di farmi ancora del male e, nei momenti più deliranti, questo dolce evento si mostra nel mio fantasticare anche sottoforma di uno stomaco che esplode e che mi libera dall’angosciante e soffocante pensiero del cibo.
Un maledetto cesso mi ha visto urlare senza voce per metà della mia vita, deve anche vedere la mia morte? E l’ultima cosa che devo vedere io è il mio vomito misto al sangue che fuoriesce dalla mia bocca?
ASSOLUTAMENTE NO!La decisione è presa, rimane solo da scoprire come fare a raggiungere un’altra destinazione.”


Questo succedeva due notti fa. Dopo aver scritto queste parole, ho stampato due copie dell’articolo con annessa foto del cadavere della ragazza e ne ho appesa una copia sulla dispensa ed una in bagno, come monito.
Ovviamente a poco è servito. Questa sera, mentre vedevo il mostro arrivare, sapevo che nulla l’avrebbe fermato; ed infatti ho divorato prima e vomitato poi, guardando dritto verso quel corpo accasciato, come per sfidarlo.
Ma non è bastato vomitare.Il mostro oggi era proprio arrabbiato e lo stomaco non era abbastanza vuoto, non per lui, non per me, ma non riuscivo proprio a fare di più, me lo sarei strappato via se avessi potuto ma, invece, più di così non potevo fare.Allora ho preso in cucina il coltello più spesso che avevo, l’ho affilato ed ho cominciato la carneficina.Di solito so dosare il colpo, i tagli che mi faccio sono abbastanza profondi da farmi ricordare il dolore che mi provocano e da lasciare il segno, ma quasi mai così profondi da dovervi dedicare troppe cure…
Invece questa sera mi sono fatta prendere dalla foga e ho esagerato. Lo squarcio che si è aperto sul mio braccio non voleva proprio smettere di sanguinare, se non lo tenevo premuto e chiuso con le dita mi si apriva davanti agli occhi la mia carne viva.Così mi sono dovuta arrendere e ho chiamato un amico chiedendogli (con voce tranquilla e soave) se poteva darmi un passaggio in un posto. Lui, che mi conosce, è arrivato subito, preoccupato ed io l’ho accolto con il sorriso e…il braccio coperto di sangue!E così a ricucire il primo brandello ci hanno pensato i dottori. Sei punti.

Poi lo psichiatra voleva trattenermi in ospedale, ma non mi fregano più, ora so bene cosa dire e in che modo sorridere per convincerli che ho tutto sotto controllo e mi sto curando con dedizione (se lo facessi davvero, poi, non sarebbe proprio una cattiva idea!).Ora sono qui, che riempio la pagina del sito con i miei fiumi di parole, tutte quelle che non ho detto questa sera…e andrei avanti ancora molto ma…magari nel prossimo post!!!!!