Inizio Dicembre 08
I miei pensieri mi portano lontano: lontano da quello che provo per mia sorella, da quello che lei rappresenta per me. Scappano, ma non c’è bisogno di farlo: non succederà nulla di brutto se aprirò anche questo cassetto.
Non molti anni fa mia nonna materna mi disse che per mia sorella sarebbe stato meglio non nascere. Sbam. Pugno nello stomaco.
Ho sempre lottato contro chi diceva “poverina”, ho sempre sentito un moto di ribellione verso chi giustificava ogni aspetto negativo del suo comportamento compatendola per la sua situazione.
Mia sorella ha una dignità, è una persona tanto quanto lo sono le altre persone, ha il diritto e il dovere di portare in luce la sua umanità, di attuare il suo potenziale, di essere trattata da persona capace.
Vorrei aprire il cervello di tante persone che ho incontrato nel corso della mia vita e sbattergli dentro con forza questi concetti.
Ma forse anche io che ho sempre difeso queste idee in realtà non mi sono comportata coerentemente con esse.
Rabbia, rancore, senso di protezione: sono questi i primi stati d’animo che il pensiero di mia sorella mi suscita.
Quando eravamo piccole si giocava insieme e giocando lei era semplicemente una bambina come me. Ma poi c’era la vita reale e in quella io e mia sorella non eravamo uguali. Io imparai fin da piccolissima a vestirmi e lavarmi da sola, lei no, appena imparai a muovere i primi passi finì l’era del passeggino perché mia mamma non poteva andare in giro con due bambine che non camminavano e così ho dovuto imparare a correre.
Credo che non avessi chiaro fino in fondo che il non poter camminare non dipendesse da mia sorella, ed infatti ogni tanto cercavo di spronarla a farlo, le dicevo che era facile, le spiegavo come fare. Mi immaginavo come sarebbero andate le cose se avesse imparato: i miei genitori sarebbero stati fieri di me, mia mamma mi avrebbe preso in braccio, coccolata e si sarebbe presa cura anche di me, Francesca avrebbe potuto finalmente fare una delle cose più belle del mondo: correre!
Ma non imparò mai e così io continuai a fare la piccola adulta e lei continuò a portarmi via la mamma.
Va bene, non camminava, ma perché mai non si poteva vestire da sola?!? Le braccia le aveva, il cervello pure…perché la vestiva la mamma?? Che rabbia. Ma allora non la vivevo verso di lei questa rabbia, non sapevo nemmeno si chiamasse così. Mi capitava di diventare triste, solitaria, mi mettevo un braccio davanti al viso e dicevo a chi mi stava di fronte di non guardarmi, di lasciarmi stare, mi coprivo gli occhi sperando così di sparire, di non esistere, perché tutto ciò che provavo in quei momenti non era giusto, era gigantesco, era cattivo. Nessuno mi ha mai detto che non era così.
Mia madre in quei momenti faceva finta di niente, sembrava davvero che non esistessi. Credo le sembrasse il modo giusto per affrontare la situazione, tanto sapeva che prima o poi mi sarebbe passato. In realtà ciò che passava era la manifestazione di disagio, ma quest’ultimo rimaneva e si insediava sempre di più dentro di me.
Negli anni delle elementari ricordo una sorta di anestesia, quelli sono per me gli anni che separano la sofferenza di quando ero molto piccola da quella che scoppiò all’inizio dell’adolescenza.
Giocavo meno con mia sorella, uno dei momenti che ci univano durante la giornata era la sua passeggiata quotidiana. Con l’inizio delle elementari Francesca aveva cominciato a portare dei tutori e ad usare delle stampelle per potersi muovere e doveva ogni giorno fare una mezz’ora di caminata. Così si usciva e, lungo il cammino, io avevo appuntamento con tutti i cani dei giardini delle case e con i fiori che mi piaceva odorare ed anche assaggiare! Era un momento piacevole, l’unica cosa che lo rovinava erano gli sguardi delle persone. Ricordo che mi sentivo un fuoco dentro quando guardavano mia sorella, quando la fissavano. Ricordo che cercavo di portare quel fuoco nei miei occhi e di incenerire le persone con lo sguardo. A Francesca non credo sia mai importato nulla degli occhi curiosi degli altri, credo che solo io bruciassi dentro. Per la prima volta mi chiedo se bruciassi di rabbia o di invidia…Non è che forse non sopportavo il fatto che guardassero lei e non me? Ancora una volta io ero trasparente.
Poi è arrivata l’adolescenza, la ribellione, una rinnovata sofferenza.
La mia strada si stava separando sempre di più da quella di Francesca, non si giocava più ormai e di cose da dirci ne avevamo molto poche.
La mia rabbia ormai era sempre pronta ad esplodere e spesso accadeva che esplodesse con mia sorella attraverso litigi furibondi, fini a se stessi, che finivano spesso con un vaffanculo reciproco ed una rabbia ancora più intensa.
Lei fuggiva ogni giorno di più dal mondo esterno ed i miei genitori la lasciavano fare perché, “poverina”, non le si poteva chiedere di vivere una vita normale che sfruttasse le sue risorse.
Questo mi faceva davvero incazzare, tanto per cambiare.
Gelosia, paura di essere messa in ombra, sentimento di inferiorità: sono sentimenti sempre in agguato dentro di me.
Ancora oggi appena qualcuno che amo accenna ad una qualità secondo lui posseduta da qualcun altro io mi sento subito bruciare di gelosia e mi sento uno schifo, una merda, una nullità. Mi sento persa e non amata, senza via di fuga, senza la possibilità di fare nulla per poter ottenere anche io amore e stima da quella persona.
Da un po’ di tempo riesco a controllare di più questi sentimenti ma ammetto che ogni tanto ne sono ancora sopraffatta e, anche se non mi portano più a distruggermi fisicamente (??), mi fanno soffrire molto.
E’ esattamente ciò che provavo da bambina. Perché i miei genitori non l’hanno mai capito?
Anche solo l’essere sgridata mi dava sollievo: c’ero anche io!
Da un certo punto in poi iniziai a fare leva sulla mia presunta intelligenza per attirare l’attenzione e così sbalordivo i miei genitori con precoci capacità di vario genere con le quali cercavo di sminuire quelle di mia sorella: all’ultimo anno di scuola materna sapevo già leggere e scrivere, poco dopo imparai da sola a scrivere piccoli racconti e studiare a memoria le poesie, mentre mia sorella su queste cose era sempre stata in difficoltà.
Tutto questo era nutrimento per il mio senso di colpa verso mia sorella ed in più non mi rendeva comunque felice perché alimentava sempre di più quel soffocante spirito competitivo che ancora oggi muove molte mie azioni e spesso mi fa perdere di vista i miei veri obiettivi.
In ogni caso nemmeno questo servì ad avere l’amore che desideravo da mia madre: era come se lei desse per scontato il fatto che io fossi sempre la migliore. Ricordo bene una volta in cui le dissi che avevo vinto una qualche gara in uno dei tanti sport che praticavo da bambina e lei mi rispose con un “non avevo dubbi” detto non con un tono fiero ma quasi scocciato, annoiato. Quella volta qualcosa cominciò a cambiare: ero una ragazzina ed all’inizio ci rimasi immensamente male ma poi piano piano nacque in me una voce arrabbiata che alla fine diventò un grido di ribellione, un vaffanculo grande come il mondo. Non era facile cercare di eccellere sempre, sentire costantemente l’ansia e il terrore di arrivare seconda ed essere così un qualcosa di inutile e indegno.
“Cara mamma, se ti scoccia che io sia intelligente e capace, se comunque in ogni caso non te ne frega nulla di me, sai cosa ti dico? Vai ad abbracciarti la tua figlioletta malata e lasciami in pace, da ora me ne frego anche io sia di te che di me!”
Così cominciò il calvario dell’adolescenza in cui la rabbia dominava incontrastata. Ma ormai non sapevo già più quale fosse la sua origine, ormai la mia famiglia era solo un puntino nero perso dentro il rosso del mio dolore che mi pervadeva.
Se in quegli anni pensavo a mia sorella si apriva una ferita terribilmente dolorosa e così cercai in ogni modo di non pensare più, né a quello né alle altre cose che tanto mi avevano colpito in quei primi anni della mia vita.
Ogni tanto mi crollava addosso il peso di essere cresciuta e di aver acquistato un’autonomia che mia sorella invece non aveva, di essere una ragazza che volente o nolente attirava le attenzioni degli uomini mentre mia sorella non aveva nemmeno mai camminato mano nella mano con un ragazzo.
Ma più di tanto non potevo fare: mi sono negata tutti i piaceri che ho potuto, ho deturpato il mio corpo e ho abbondantemente limitato i successi nello studio. Eppure continuavo a crescere, a piacere e interessare agli altri, a sentire passioni verso cui volevo dirigere la mia vita. E in tutto questo non trovavo una soluzione per non lasciare indietro mia sorella: una persona ormai abissalmente lontana da me, con cui la comunicazione era già interrotta da tempo.
Chissà come ha vissuto lei quegli anni, chissà se davvero soffriva a vedermi crescere chissà se invidiava le mie possibilità o se invece non gliene fregava proprio niente.
Sono sempre stata così convinta di avere una vita così immeritatamente felice in confronto alla sua (che pure invidiavo), ma, se mi fermo un attimo a pensare, i miei primi ventisette anni di vita (escludento alcuni momenti) non sono proprio trascorsi all’insegna della mia idea di felicità. Chissà se invece lo sono stati i suoi per lei. Sono molte le cose di cui ho bisogno di parlare con lei e questa è una di quelle.
Non molti anni fa mia nonna materna mi disse che per mia sorella sarebbe stato meglio non nascere. Sbam. Pugno nello stomaco.
Ho sempre lottato contro chi diceva “poverina”, ho sempre sentito un moto di ribellione verso chi giustificava ogni aspetto negativo del suo comportamento compatendola per la sua situazione.
Mia sorella ha una dignità, è una persona tanto quanto lo sono le altre persone, ha il diritto e il dovere di portare in luce la sua umanità, di attuare il suo potenziale, di essere trattata da persona capace.
Vorrei aprire il cervello di tante persone che ho incontrato nel corso della mia vita e sbattergli dentro con forza questi concetti.
Ma forse anche io che ho sempre difeso queste idee in realtà non mi sono comportata coerentemente con esse.
Rabbia, rancore, senso di protezione: sono questi i primi stati d’animo che il pensiero di mia sorella mi suscita.
Quando eravamo piccole si giocava insieme e giocando lei era semplicemente una bambina come me. Ma poi c’era la vita reale e in quella io e mia sorella non eravamo uguali. Io imparai fin da piccolissima a vestirmi e lavarmi da sola, lei no, appena imparai a muovere i primi passi finì l’era del passeggino perché mia mamma non poteva andare in giro con due bambine che non camminavano e così ho dovuto imparare a correre.
Credo che non avessi chiaro fino in fondo che il non poter camminare non dipendesse da mia sorella, ed infatti ogni tanto cercavo di spronarla a farlo, le dicevo che era facile, le spiegavo come fare. Mi immaginavo come sarebbero andate le cose se avesse imparato: i miei genitori sarebbero stati fieri di me, mia mamma mi avrebbe preso in braccio, coccolata e si sarebbe presa cura anche di me, Francesca avrebbe potuto finalmente fare una delle cose più belle del mondo: correre!
Ma non imparò mai e così io continuai a fare la piccola adulta e lei continuò a portarmi via la mamma.
Va bene, non camminava, ma perché mai non si poteva vestire da sola?!? Le braccia le aveva, il cervello pure…perché la vestiva la mamma?? Che rabbia. Ma allora non la vivevo verso di lei questa rabbia, non sapevo nemmeno si chiamasse così. Mi capitava di diventare triste, solitaria, mi mettevo un braccio davanti al viso e dicevo a chi mi stava di fronte di non guardarmi, di lasciarmi stare, mi coprivo gli occhi sperando così di sparire, di non esistere, perché tutto ciò che provavo in quei momenti non era giusto, era gigantesco, era cattivo. Nessuno mi ha mai detto che non era così.
Mia madre in quei momenti faceva finta di niente, sembrava davvero che non esistessi. Credo le sembrasse il modo giusto per affrontare la situazione, tanto sapeva che prima o poi mi sarebbe passato. In realtà ciò che passava era la manifestazione di disagio, ma quest’ultimo rimaneva e si insediava sempre di più dentro di me.
Negli anni delle elementari ricordo una sorta di anestesia, quelli sono per me gli anni che separano la sofferenza di quando ero molto piccola da quella che scoppiò all’inizio dell’adolescenza.
Giocavo meno con mia sorella, uno dei momenti che ci univano durante la giornata era la sua passeggiata quotidiana. Con l’inizio delle elementari Francesca aveva cominciato a portare dei tutori e ad usare delle stampelle per potersi muovere e doveva ogni giorno fare una mezz’ora di caminata. Così si usciva e, lungo il cammino, io avevo appuntamento con tutti i cani dei giardini delle case e con i fiori che mi piaceva odorare ed anche assaggiare! Era un momento piacevole, l’unica cosa che lo rovinava erano gli sguardi delle persone. Ricordo che mi sentivo un fuoco dentro quando guardavano mia sorella, quando la fissavano. Ricordo che cercavo di portare quel fuoco nei miei occhi e di incenerire le persone con lo sguardo. A Francesca non credo sia mai importato nulla degli occhi curiosi degli altri, credo che solo io bruciassi dentro. Per la prima volta mi chiedo se bruciassi di rabbia o di invidia…Non è che forse non sopportavo il fatto che guardassero lei e non me? Ancora una volta io ero trasparente.
Poi è arrivata l’adolescenza, la ribellione, una rinnovata sofferenza.
La mia strada si stava separando sempre di più da quella di Francesca, non si giocava più ormai e di cose da dirci ne avevamo molto poche.
La mia rabbia ormai era sempre pronta ad esplodere e spesso accadeva che esplodesse con mia sorella attraverso litigi furibondi, fini a se stessi, che finivano spesso con un vaffanculo reciproco ed una rabbia ancora più intensa.
Lei fuggiva ogni giorno di più dal mondo esterno ed i miei genitori la lasciavano fare perché, “poverina”, non le si poteva chiedere di vivere una vita normale che sfruttasse le sue risorse.
Questo mi faceva davvero incazzare, tanto per cambiare.
Gelosia, paura di essere messa in ombra, sentimento di inferiorità: sono sentimenti sempre in agguato dentro di me.
Ancora oggi appena qualcuno che amo accenna ad una qualità secondo lui posseduta da qualcun altro io mi sento subito bruciare di gelosia e mi sento uno schifo, una merda, una nullità. Mi sento persa e non amata, senza via di fuga, senza la possibilità di fare nulla per poter ottenere anche io amore e stima da quella persona.
Da un po’ di tempo riesco a controllare di più questi sentimenti ma ammetto che ogni tanto ne sono ancora sopraffatta e, anche se non mi portano più a distruggermi fisicamente (??), mi fanno soffrire molto.
E’ esattamente ciò che provavo da bambina. Perché i miei genitori non l’hanno mai capito?
Anche solo l’essere sgridata mi dava sollievo: c’ero anche io!
Da un certo punto in poi iniziai a fare leva sulla mia presunta intelligenza per attirare l’attenzione e così sbalordivo i miei genitori con precoci capacità di vario genere con le quali cercavo di sminuire quelle di mia sorella: all’ultimo anno di scuola materna sapevo già leggere e scrivere, poco dopo imparai da sola a scrivere piccoli racconti e studiare a memoria le poesie, mentre mia sorella su queste cose era sempre stata in difficoltà.
Tutto questo era nutrimento per il mio senso di colpa verso mia sorella ed in più non mi rendeva comunque felice perché alimentava sempre di più quel soffocante spirito competitivo che ancora oggi muove molte mie azioni e spesso mi fa perdere di vista i miei veri obiettivi.
In ogni caso nemmeno questo servì ad avere l’amore che desideravo da mia madre: era come se lei desse per scontato il fatto che io fossi sempre la migliore. Ricordo bene una volta in cui le dissi che avevo vinto una qualche gara in uno dei tanti sport che praticavo da bambina e lei mi rispose con un “non avevo dubbi” detto non con un tono fiero ma quasi scocciato, annoiato. Quella volta qualcosa cominciò a cambiare: ero una ragazzina ed all’inizio ci rimasi immensamente male ma poi piano piano nacque in me una voce arrabbiata che alla fine diventò un grido di ribellione, un vaffanculo grande come il mondo. Non era facile cercare di eccellere sempre, sentire costantemente l’ansia e il terrore di arrivare seconda ed essere così un qualcosa di inutile e indegno.
“Cara mamma, se ti scoccia che io sia intelligente e capace, se comunque in ogni caso non te ne frega nulla di me, sai cosa ti dico? Vai ad abbracciarti la tua figlioletta malata e lasciami in pace, da ora me ne frego anche io sia di te che di me!”
Così cominciò il calvario dell’adolescenza in cui la rabbia dominava incontrastata. Ma ormai non sapevo già più quale fosse la sua origine, ormai la mia famiglia era solo un puntino nero perso dentro il rosso del mio dolore che mi pervadeva.
Se in quegli anni pensavo a mia sorella si apriva una ferita terribilmente dolorosa e così cercai in ogni modo di non pensare più, né a quello né alle altre cose che tanto mi avevano colpito in quei primi anni della mia vita.
Ogni tanto mi crollava addosso il peso di essere cresciuta e di aver acquistato un’autonomia che mia sorella invece non aveva, di essere una ragazza che volente o nolente attirava le attenzioni degli uomini mentre mia sorella non aveva nemmeno mai camminato mano nella mano con un ragazzo.
Ma più di tanto non potevo fare: mi sono negata tutti i piaceri che ho potuto, ho deturpato il mio corpo e ho abbondantemente limitato i successi nello studio. Eppure continuavo a crescere, a piacere e interessare agli altri, a sentire passioni verso cui volevo dirigere la mia vita. E in tutto questo non trovavo una soluzione per non lasciare indietro mia sorella: una persona ormai abissalmente lontana da me, con cui la comunicazione era già interrotta da tempo.
Chissà come ha vissuto lei quegli anni, chissà se davvero soffriva a vedermi crescere chissà se invidiava le mie possibilità o se invece non gliene fregava proprio niente.
Sono sempre stata così convinta di avere una vita così immeritatamente felice in confronto alla sua (che pure invidiavo), ma, se mi fermo un attimo a pensare, i miei primi ventisette anni di vita (escludento alcuni momenti) non sono proprio trascorsi all’insegna della mia idea di felicità. Chissà se invece lo sono stati i suoi per lei. Sono molte le cose di cui ho bisogno di parlare con lei e questa è una di quelle.

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