Segui la tua FELICITA' e l'universo ti aprirà porte dove prima c'erano solo muri.




domenica 11 gennaio 2009

Lettera alla mia malattia

Fine Novembre 08

Cara malattia,
non è facile scriverti. Non è facile accettare che tu non sei me ed io non sono te; è una cosa bella ma non facile.
Ora sono senza identità: non sono più una bulimica, un’anoressica, un’autolesionista, capiterà ancora di avere problemi di questo tipo, forse, ma in ogni caso io non sarò solo quello, non vale più l’equazione Chiara = malattia, io sono ben altro...solo che devo ancora scoprire cosa!! E questo, certo, mi fa un po’ paura.
Sai di cosa sono stupita?
Del fatto che non ti odio. Provo affetto quando penso a te e non rancore.
Tu ricordi quando ci siamo incontrate? Io non lo saprei dire...
Ricordo che la prima volta che ho vomitato avevo dodici anni, ma non credo proprio sia stato quello il nostro primo incontro.
Credo che tu sia un’ottima osservatrice e che scelga con cura la persona che abbraccerai fin da quando è bambina.
I miei parenti mi raccontano che quando sono nata e per i primi mesi a seguire le uniche persone che potevano prendermi in braccio erano mia madre e mia nonna paterna mentre con qualsiasi altra persona urlavo disperata (in realtà loro dicono “incazzata nera”): interessante vero? Una bimba diffidente e impaurita? Sembra una buona candidata ad essere abbracciata...
Verso l’anno mi sono calmata, sono diventata molto dolce, cercavo sempre coccole ma non davo mai confidenza agli estranei, da quando ho ricordi sono sempre stata molto restia verso chi non conoscevo e quando conoscenti dei miei mi facevano le classiche moine che gli adulti fanno ai bambini mi si stringeva lo stomaco e mi stringevo forte alla mamma o alla nonna...non avevo fiducia nel mondo esterno, la scuola materna per me è stata una tragedia. Solo a casa mi sentivo al sicuro e solo con la mia nonna ero in pace con me stessa.
Sempre più interessante questa bambina, vero malattia?
Scommetto che una delle cose che ti attraeva era il dolore che aleggiava nella mia casa ed il mio essere infinitamente sensibile ad esso. Credo che la voce interiore che sentivo da piccolissima che diceva lieve che la mamma voleva più bene a mia sorella fosse un tuo sussurro, come quello che mi ricordava che ero cattiva perché avevo imparato a camminare e mia sorella no...e così io, quindici chili di bambina, andavo dalla mia sorella maggiore e cercavo di farle capire come camminare, provavo a sollevarla, studiavo i miei muscoli e i miei movimenti per spiegarli a lei con più dettagli possibili.
Credo che l’unica persona che avrebbe potuto tenermi lontana da te fosse la nonna. Ti ricordi quando mi amava la mia nonna? Ti ricordi come io mi sentissi parte di lei?
A sei anni forse abbiamo stretto il nostro patto: la nonna è morta, lei è dovuta soccombere alla sua malattia.
Ero davvero sola, follemente impaurita…Ma l’età della latenza mi aspettava e così ci siamo date appuntamento più in là, una volta finita.
Ed ecco che a dodici anni ti sei presentata sotto una forma più concreta e mi hai spinta a cacciarmi due dita in gola.
Ma ha prevalso ancora il finto mondo perfetto in cui credevo di trovarmi. La mia mente aveva rimosso il dolore, l’angoscia e vedevo la vita da una bolla di sapone. Così mi hai dato la mano ma non sei riuscita ad abbracciarmi.
E’ solo a quattordici anni che ci siamo strette nell’abbraccio più profondo che io abbia mai ricevuto dopo quello di mia nonna.
E’ per questo che non posso volerti male, eri l’unica che era davvero accanto a me a sostenermi, credo che senza di te mi sarei sgretolata in mille pezzi.
Sai, la sola idea di avere ancora tre-quattro anni e rivivere la mia vita fino ad oggi mi toglie il fiato, è una cosa che non potrei mai sopportare e quando penso al dolore lancinante che così tante volte ho sentito, forte e insopportabile come una spada che trafigge cuore e polmoni e fa sentire senza più sangue né aria, mi chiedo come io abbia fatto ad arrivare dove sono ora.
Ma in realtà la risposta ce l’ho: è perché c’eri tu.
Mi hai fatto soffrire tanto, non c’è dubbio, ma il dolore che mi provocavi tu era infinitamente più piccolo di quello dell’assenza, del vuoto, della colpa, dell’indifferenza.
Tu non facevi finta che non esistessi, che non soffrissi, tu riconoscevi il mio essere, il mio vivere, il mio amare, riconoscevi la mia rabbia folle, il mio dolore, la mia angoscia, la mia solitudine. Quando tu mi guardavi non vedevi una ragazzina sorridente, simpatica, un po’ ribelle e poco incline a parlar di sé. Tu vedevi una Chiara che urlava, che si apriva la carne e rimaneva a guardare i fiumi di sangue scorrere, che era capace di pesare anche dieci chili in più dopo aver divorato cibi commestibili e non, per poi chiudersi in bagno e liberarsi di tutto quel peso di vivere poco dopo, una Chiara con gli occhi gonfi di lacrime e senza più respiro, una Chiara che per due volte ha ingoiato scatole intere di sonniferi e psicofarmaci, che è finita in una sala di ospedale, piena di luci e di folletti (evviva le allucinazioni), mentre delle vaghe figure vestite di verde le infilavano un tubo nel naso per toglierle il sollievo del sonno profondo.
Mi hai vista dentro quell’ospedale, in psichiatria. Solo tu c’eri, solo tu sai oltre me. Nessun altro ha sentito quelle persone urlare o ha visto i loro volti sofferenti mentre impazzivano per un dolore che non sapevano spiegarsi o per delle voci nella testa che non li lasciavano stare, mentre gli infermieri si fumavano le loro sigarette...
Mi hai vista inerme e impaurita in un bosco, mi hai vista sniffare coca, mi hai vista fissare il vuoto aspettando che uomini finissero di usarmi...
Ma sei rimasta a sostenermi.
Come posso non volerti bene.
Ora però non possiamo più rimanere strette nel nostro abbraccio cara malattia.
Mi sono accorta che posso rimanere integra anche senza di te, mi sono resa conto che non esiste solo il dolore e che quindi non sono costretta a scegliere quello che fa meno male.
Dobbiamo salutarci malattia e vorrei proprio che fosse un addio.
Mi commuovo mentre te lo scrivo perché in un angolino del cuore mi mancherai e so che io mancherò a te. Ma spero sarai contenta, perché hai fatto il tuo dovere, mi hai portata fin qui ed ora posso farcela da sola e posso finalmente lasciarmi essere felice.
Se sono ciò che sono lo devo ANCHE a te e se mi chiedessero di cancellarti dal mio passato non lo farei.

Trattenendo il fiato ti dico...
Addio.

2 commenti:

  1. cara chiara un attimo fa ho postato un commento sotto il tuo ultimo post, e poi sono stata attratta dal link a questa lettera, che vedo risale a un anno fa
    subito mi è venuto l'impulso di chiederti se saresti d'accordo se, sul nostro blog, facessimo un post su questa lettera, aprendo magari un dibattito sul problema di cui parli
    spero vedrai il commento e ti farai viva
    un grande abbraccio da noi

    RispondiElimina
  2. piano piano leggo un pò tutto il tuo blog...sono una curiosona, lo so (:
    questa lettera è davvero commovente.
    davvero.
    tocca nell'anima.
    come in molti dei tuoi post, c'è tanta consapevolezza e tanto, tanto coraggio. dire "addio" alla propria malattia...tante volte ho voluto farlo, ma quando sono debole questa malattia sostiene, dà sicurezza.
    dirle addio fa paura, fa tanta paura.
    forse un giorno lo farò anch'io, e scoprirò che davanti a me non c'è un baratro.
    come dici tu, siamo fatte per l'amore e la felicità, e io questo riesco a sentirlo. davvero.
    un abbraccio cara
    Sophie

    RispondiElimina