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domenica 11 gennaio 2009

Sono in trasformazione...

Novembre 08

Negli anni, per difendermi dalla realtà, mi sono costruita degli schemi mentali in cui incasellarla e plasmarla perché potesse stare tutta dentro i confini che avevo creato per poterla vivere e vedere nel modo in cui avevo bisogno.
E così per anni le cose sono state come volevo io: ho negato certe realtà perche erano troppo belle o troppo brutte, rinnegato bisogni perché mi rendevano fragile e vulnerabile. Mangiare e dormire solo quando lo decideva la mia mente, senza cedere ai “biechi” desideri del mio corpo, mi faceva sentire potente, forte, invincibile, così come poter decidere quando e in che modo provare dolore fisico e resistere ad esso.
Ora sto imparando a far sì che la mente si rilassi, che non abbia più paura e che impari a fidarsi delle sensazioni del corpo.
Le cose stanno cambiando, in modo rapido e naturale: il corpo comincia a farsi sentire, ma la mente fa ancora fatica a seguirlo.
Vedo i cambiamenti, ne sono felice ma a volte mi fanno anche un po’ paura. Così la mente cerca di preservare parte dei suoi schemi in cui mettere ancora una parte di realtà.
Non capisco ancora bene quando è il corpo a parlare e quando è invece la mente.
Voglio riuscire a seguire la mia trasformazione e lasciar cadere la vecchia visione del mondo, il vecchio bisogno di controllare ogni cosa.
Voglio imparare a “lasciare che sia” e ad ascoltare le mie reazioni per poi decidere qual è la cosa più giusta per me, per il mio corpo e per la mia mente, tutto insieme, e non lasciarlo decidere a quest’ultima a priori.
Posso iniziare a farlo sperimentando con il cibo: ora non è più un nemico da combattere ma un’opportunità per stare bene e prendermi cura di me, dimostrarmi amore. Posso scoprire, ascoltando il mio corpo, quali sono i sapori che preferisco, quali le sostanze di cui lui ha bisogno.
Il primo passo è dedicare del tempo alla scelta e alla preparazione del cibo in base a ciò che ho voglia di mangiare (che corrisponde al bisogno che il mio corpo ha di determinate sostanze).
Per quanto mi costi fatica ammetterlo ora, c’è un discorso che non ho mai preso in considerazione, perché andava oltre tutti i controlli: il gusto e il piacere di mangiare.

Vorrei che mangiare fosse un qualcosa di facile, di naturale, qualcosa che non richieda un dispendio di energie e preoccupazioni. Vorrei poter pensare al cibo solo nel momento in cui lo preparo e lo consumo, senza dargli altro significato se non quello di “qualcosa che mi fa sopravvivere”.
Mi piace l’idea di mangiare un determinato cibo perché mi fa bene, perché mi dà sostanze che servono al mio corpo per stare in forma e in salute, ma non mi piace l’idea di mangiare una cosa “perché è buona”: mi sembra di perdere il vero senso del mangiare ed ho anche paura di non capire più se sto mangiando perché il mio corpo ha ancora fame o se sto continuando a ingerire cibo solo perché ha un buon sapore.
E poi a me fa schifo vedere le persone che mangiano con gusto.
Mi faccio schifo io quando non ho il controllo, e non voglio dare la possibilità al cibo di farmelo perdere solo perché è gustoso.
Mangiare serve per nutrirsi. E’ già tanto che accetto questo.
Quando riesco a passare lunghi periodi mangiando poco e solo cose molto semplici, scondite, che hanno un solo preciso sapore, che non deve necessariamente fare schifo, è tutto più facile.
Passare dei mesi assumendo inizialmente 1000 kal al giorno per poi passare a 800, e poi a 500, per poi stare tra le 250 e le 150 è bellissimo. E’ una cosa strana: si assumono 300 kal al giorno e, tra la vita quotidiana e lo sport portato all’estremo, se ne consumano 3000 e si sta bene!!!
Qualche giramento di testa c’è ma si è super attivi si dorme anche di meno, si fanno mille cose e il fisico si depura, usa tutto ciò che c’è in eccesso, fino ad arrivare all’essenziale. E il cibo è solo qualcosa che entra a sporcare tutto, come lo si può gustare? Perché devo mangiare, e magari mangiare anche troppo, se al corpo serve così poco? Se passando dieci giorni totalmente a digiuno, bevendo solo ed esclusivamente acqua pura, lui si sente meglio?
Io sto bene quando posso fare a meno del cibo. A me il cibo fa paura.

Ok, sto delirando.

Domanda:
fino ad adesso ha parlato la mia mente, la mia paura o Chiara?

Ho permesso al cibo di prendere il sopravvento, mi sono resa sua succube per reiterare i sopprusi subiti trovando la mia identificazione nel ruolo della vittima.
Mi violento quando mi abbuffo e mi violento quanto mi infilo la mano in gola per vomitare, ogni volta è un ripetere la violenza subita, un rivivere quel momento e punirmi per averlo vissuto allora.
Così mangiare vuol dire riempire il mio corpo fino a farlo stare male, fino a percepire tutto il cibo ingerito come qualcosa di schifoso che mi inquina. Vomitare, poi, è sia intrusione e violenza che tentativo di liberazione e purificazione.
All’estremo opposto c’è invece il non concedermi nulla, il controllo totale di tutti gli impulsi e i bisogni del mio corpo, fino ad affamarlo e consumarlo. Il bisogno di controllo è dettato dalla paura di perderlo completamente ed essere nuovamente vittima degli altri. Se non mangio, non dormo, se non provo nessun desiderio sono potente, inespugnabile, niente e nessuno mi può fare del male.
La completa perdita di controllo mi porta al bisogno di ripristinare uno stretto regime totalitario e viceversa, in un circolo vizioso senza fine.

Come trasformare il circolo vizioso in un circolo virtuoso?
Cosa mi ha portato per la prima volta ad aver bisogno di controllare il cibo e il mio peso? Qual è stata la prima mancanza di controllo che ho percepito?
E’ stato il non poter controllare ciò che succedeva alle persone a cui volevo bene (lo star male di mia sorella, la morte di mia nonna, la freddezza di mia madre) e nemmeno i miei sentimenti, che avrei voluto adeguare a ciò che mi veniva richiesto di provare (indifferenza).
Poi c’è stato il non poter impedire a William di farmi del male, l’unica cosa che ho potuto fare è stato cercare di controllare il terrore e lo schifo che ho provato.
Cos’era l’unica cosa che davvero potevo cercare di contollare? Su cosa potevo sfogare il mio bisogno di essere padrona di qualcosa? Su me stessa o meglio sul mio corpo.
Ma l’unica cosa che ci ho guadagnato è stato farmi ancora più male (che era comunque uno degli obiettivi, dettato dal senso di colpa per non aver “saputo” controllare nulla della mia vita).
Cosa fare ora?
Ci vorrebbe una bella via di mezzo tra l’assenza e l’eccesso di controllo, qualcosa che mi permetta di stare bene con me stessa ed il mio corpo, senza sbattermi da una parte all’altra.
Su cosa agire?
Sia sulla sfera legata alla parte psichica, quindi sulle percezioni delle situazioni che mi hanno fatto sentire inerme ed indifesa davanti alla vita, sia sul piano fisico, ricercando ciò che fa stare bene il mio corpo in modo da non costringerlo a richiedermi rimedi estremi e permettermi così di distogliere l’attenzione dal controllo del corpo (sintomo) e potermi così concentrare liberamente sulle sue cause.

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