Segui la tua FELICITA' e l'universo ti aprirà porte dove prima c'erano solo muri.




venerdì 23 ottobre 2009

"La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?"

Mi sono lanciata con un altro video!!
Ed, stavolta mi sono sparata in faccia una luce accecante che rende il mio visino deforme ^^ ...ma per voi questo ed altro!!
(Il "WOW" alla fine della lettura non sono riuscita a trattenerlo ma fa veramente ridereeee!!!)



Ho voluto leggervi una parte del monologo "Novecento" di Alessandro Baricco.
Vi riporto il testo:

(...)
Tutta quella città … non se ne vedeva la fine … /
La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?/
E il rumore /
Su quella maledettissima scaletta … era molto bello, tutto .. e io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema /
Col mio cappello blu /
Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino /
Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino /
Primo gradino, secondo /
Non è quel che vidi che mi fermò /
E’ quel che non vidi /
Puoi capirlo, fratello?, è quel che non vidi … lo cercai ma non c’era, in quella sterminata città c’era tutto tranne /
C’era tutto /
Ma non c’era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo /
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu /
Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me/
Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi /
Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita /
Se quella tastiera è infinita, allora /
Su quella tastiera non c’è musica ch puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio /
Cristo, ma le vedevi le strade? /
Anche solo le strade, ce n’era migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una /
A scegliere una donna /
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire /
Tutto quel mondo /
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce /
E quanto ce n’è /
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla …/
Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. E’ un viaggio troppo lungo. E’ una donna troppo bella. E’ un profumo troppo forte. E’ una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.
Per favore /
/

/
Adesso cerca di capire, fratello. Cerca di capire, se puoi /
Tutto quel mondo negli occhi /
Terribile ma bello /
Troppo bello /
E la paura che mi riportava indietro /
La nave, di nuovo e per sempre /
Piccola nave /
Quel mondo negli occhi tutte le notti, di nuovo /
Fantasmi /
Ci puoi morire se li lasci fare /
La voglia di scendere /
La paura di farlo /
Diventi matto, così /
Matto /
Qualcosa devi farlo e io l’ho fatto /
Prima l'ho immaginato /
Poi l’ho fatto /
Ogni giorno per anni /
Dodici anni
Miliardi di momenti /
Un gesto invisibile e lentissimo. /
Io, che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, era un desiderio a cui dicevo addio.
Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c’entra la pazzia. E’ genio, quello. E’ geometria. Perfezione. I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito.
Allora li ho incantati.
E a uno a uno li ho lasciati dietro di me.

(...)
Non è pazzia fratello. Geometria. E’ un lavoro di cesello. Ho disarmato l’infelicità. Ho sfilato la mia vita dai miei desideri. Se tu potessi risalire il mio cammino, li troveresti uno dopo l’altro, incantati, immobili, fermati lì per sempre a segnare la rotta di questo viaggio strano che a nessuno ho mai raccontato se non a te /


Meraviglioso.
Quando lessi per la prima volta questo monologo avevo circa 18 anni. Rimasi estasiata, piansi per giorni e giorni.
Da allora non so quante centinaia di volte l'abbia riletto.
Fino all'anno scorso mi sentivo esattamente come Novecento: incapace di lasciare il suo piccolo mondo, le sue certezze per la grande incertezza che è la vita. Pensavo avesse ragione: la vita è incontrollabile, troppe strade possibili da percorrere, troppe insidie, troppi desideri, troppo dolore.
Meglio rintanarsi in qualcosa di più piccolo, un mondo ripiegato su se stesso ma controllabile.
"Ha fatto bene Novecento - pensavo - a non scendere. L'avrei fatto anche io e anche io avrei preferito saltare in aria con il mio piccolo mondo piuttosto che voltargli le spalle e abbandonarlo".
Ora, quando leggo questo piccolo capolavoro, mi commuovo ancora e sento, con ogni mia fibra, tutte le emozioni e le paure del protagonista.
Anche io vivo quello smarrimento davanti alle mille strade della vita, quello sgomento davanti all'infinitudine, quella sensazione di non essere solo io a suonare i tasti del pianoforte che suona la colonna sonora dei miei giorni.
Però io ho deciso di scendere dalla nave e di risalire sulla mia vita.

Ho deciso di viverli i miei desideri, anzichè incantarli.
Ho capito che anche la piccola nave è una delle strade possibili, è una delle scelte che abbiamo, ma non è una strada in grado di reggere: quel mondo si ripiegherà su se stesso tanto da finire con l'esplodere.
Perchè la nostra vita è energia, noi stessi lo siamo. E se non usiamo questa energia per creare, se non la incanaliamo verso il mondo ma la tratteniamo, la imprigioniamo, finirà per distruggerci.

Sono scesa dalla nave e per un po' sono rimasta immobile, terrorizzata.

Poi ho deciso di muovere il primo passo. Non sapevo dove andare, così ho provato a chiedere aiuto e qualcuno mi ha teso una mano ed io ho deciso di fidarmi.
Ho continuato a mettere un piede davanti all'altro, a volte tenendo gli occhi serrati e stringendo i denti, a volte desiderando disperatamente di tornare nella mia nave, ma continuando a camminare. E più cammino più riesco a tenere gli occhi aperti, guardarmi intorno e respirare l'aria fresca, più cammino e più mi accorgo di non essere sola, più cammino e più sento di poter essere felice.
La mia nave è già esplosa e quando tento di tornare da lei mi ferisco con i detriti, soffro perchè non c'è più ma poi riesco a ricordarla con affetto, a ringraziarla per avermi fatto sentire al sicuro ma anche a ricordarmi che non ho più bisogno di rimanere rinchiusa per non frantumarmi in mille pezzi. E così con un graffio in più ma anche con tanta nuova forza, riprendo il mio cammino e ascolto la musica che mi accompagna accettando di non essere la sola a suonarla ma godendomela tutta e cantandola a squarciagola.





giovedì 15 ottobre 2009

IO SONO UNA DONNA CHE NON È A SUA DISPOSIZIONE...


...E CHE DICE LA VERITÀ!






Questa la frase pronunciata da Rosy Bindi al nano malefico Presidente del Consiglio durante la trasmissione di Vespa (vedi video ) del 7 ottobre 2009.

Voglio ricollegarmi con questo post a quello di Michiamomari intitolato Lettera alle donne a cui vi rimando e grazie al quale abbiamo potuto affrontare insieme ad altri blogger il tema del femminismo oggi.
Purtroppo dal dibattito che ha seguito il post è emersa tanta inconsapevolezza da parte di molte ragazze, le stesse che combattono ogni giorno contro se stesse e contro un DCA (Disturbo del Comportamento Alimentare). Le stesse ragazze che, a mio parere, si sono opposte alla visione della donna impostaci dalla società con l'unico strumento che hanno trovato a propria disposizione: la malattia.
Proprio come un bambino che viene umiliato a scuola ma non ha il coraggio nè il modo di dirlo e, così, arriva a farsi venire la febbre (o inventarsela, ma è uguale) per rimanere a casa. Se gli fosse chiaro fin da subito che lui ha il DIRITTO di essere rispettato dagli altri, forse potrebbe trovare le parole per raccontare la sua difficoltà. Ma non è così. Non veniamo cresciuti con l'idea del RISPETTO, verso gli altri ma ancor di più verso NOI STESSI.
E così se la realtà ci fa del male, ci opprime, ci schiaccia, noi cosa facciamo? CE LA PRENDIAMO CON NOI STESSI. Ci opponiamo sì al sistema, ma senza nemmeno saperlo! E così finiamo per far del male a noi e NUTRIRE L'OPPRESSIONE E L'UMILIAZIONE.

E questo sta succedendo alle donne oggi.
Possibile non rendersi conto di come veniamo umiliate ogni secondo??




No, nel nostro intimo non è possibile. La nostra dignità schiacciata e mortificata si ribella in ogni modo.
Ma crescendo la società convince la nosta MENTE DI SUPERFICIE che sia giusto e normale così. E noi allora cerchiamo di zittire la nostra MENTE PROFONDA per sopravvivere dentro il sistema che ci viene imposto, anzichè lottare per uscirne, anche perchè gli strumenti e le armi per farlo non ce le dà nessuno.
E così accettiamo l'umiliazione e cerchiamo di DIMENTICARE chi siamo.
Ma per fortuna molti non riescono fino in fondo nell'intento e, senza saperlo, cominciano la loro ribellione a qualcosa a cui non riescono nemmeno più a dare un nome. Non coscendo il proprio nemico, però, non sanno dove colpire ed allora rivolgono l'arma dalla parte sbagliata facendo il gioco del nemico e distruggendo se stessi.

Le prime cause di morte per le donne in europa? Le violenze subite dagli uomini (donne viste come oggetto) e i disturbi alimentari (ribellione autodistruttiva). Dati ISTAT.



Io sono un clichè: violentata e bulimicanoressica. E per anni sono stata in silenzio! Per tredici anni!
Un uomo adulto ha fatto del male a me poco più che bambina ed io mi sono colpevolizzata in assoluto silenzio per tredici anni. Io ho pensato che lui si fosse preso qualcosa che gli spettava, anche se io non volevo. Cazzo ma vi rendete conto?? E non sono l'unica, purtroppo.
Ma io ho avuto la FORTUNA (e finalmente tolgo la S davanti) di sopravvivere a violenza e DCA (per quanto riguarda quest'ultimo non è ancora detto, ma sono positiva!) ed arrivare alla CONSAPEVOLEZZA di ciò che è successo e del PERCHÈ è successo.
Nessuno mi ha insegnato che io valgo (e non perchè ho i capelli di seta) e che sono degna di rispetto. Di certo non l'ha fatto il bombardamento mediatico a cui per anni sono stata sopposta finchè non ho finalmente gettato dalla finestra il cavo dell'antenna del televisore.
C'è bisogno di APRIRE GLI OCCHI, RISVEGLIARE LE COSCIENZE ed aiutare anche chi ci è vicino a farlo. È una questione vitale.

E qui torniamo alla grandiosa Bindi, che mi ha donato un po' di speranza in più e della quale vorrei riportare una lettera da lei scritta, in risposta a quanti le hanno espresso il loro sostegno dopo l'attacco del Presidente:


Grazie a tutti di cuore! Mi sono arrivati migliaia di messaggi di amicizia e di affetto che mi hanno commosso. Ognuno meriterebbe una risposta personale ma sono davvero tantissimi. È bello sentire il calore e la vicinanza di tante persone, sapere che c’è un legame invisibile che ci tiene uniti, anche nella distanza, anche se non ci si conosce.
So che è un legame fatto di affinità umane e culturali e di una stessa concezione della vita pubblica. Da tutti traspare quanto sia ancora diffusa e pronta la capacità di reagire e di indignarsi di fronte all’arroganza del potere. Ed è in fondo questo che conta di più. Quindi, ancora, grazie davvero.

Mi sento però di rassicurare tutti gli amici e le amiche che mi hanno scritto: non sono affatto annientata dalle parole offensive e gratuite del Presidente del Consiglio. Anzi sono più che mai felice di essere una donna. Ho sempre pensato che gli insulti definiscono chi li pronuncia. E in questo caso Berlusconi non ha fatto che riproporre la sua concezione, ormai tristemente nota, delle donne.
Berlusconi avrà pensato che un suo intervento ci avrebbe zittito e ridato fiato ai suoi. Avrà pensato di potersi impossessare del video, come in altre occasioni, per l’ennesimo monologo incendiario. Quando però si è trovato di fronte un’interlocutrice che non lasciava passare i suoi commenti eversivi sulla Presidenza della Repubblica e sulla Corte Costituzionale, che non accettava il ruolo silenzioso di comparsa o connivente, non ha trovato altra soluzione che cercare di ridurla all’unica dimensione femminile che è capace di concepire: un corpo da svilire o apprezzare.

Mi ha chiamato ostentatamente «signora» mostrando di non considerare significativo il fatto che fossi un’esponente dell’opposizione e Vicepresidente della Camera dei deputati. Ma da tempo abbiamo capito che il nostro Presidente del Consiglio rifiuta di riconoscere competenze pubbliche alle donne ed è incapace di misurarsi con noi in modo paritario. Con quelle espressioni da cabaret, ha cercato di colpire me ma ha offeso tutte le donne e le stesse istituzioni. Lo hanno sottolineato meglio di me e in vario modo Chiara Saraceno sulla Repubblica di oggi, Cinzia Sasso e Stefania Rossini, sui siti di Repubblica e l’Espresso, Concita De Gregorio sull’Unità, Caterina Soffici sul Riformista, Ida Dominijanni sul Manifesto, e come ben riassume l’appello promosso da Michela Marzano, Barbara Spinelli e Nadia Urbinati, sempre sul sito di Repubblica.
Ripartiamo allora dalla Costituzione e dalla difesa della legalità democratica senza dimenticare che l’agenda dei problemi del paese è molto lunga e le donne sono le prime a pagare i costi della crisi economica e di una politica sociale che riduce i servizi, taglia le risorse alla scuola e alla sanità, smantella il sistema di solidarietà pubblica.

Origine: www.unita.it
10 ottobre 2009 


Cliccate sul link in rosso e firmate anche voi contro le umiliazioni e i soprusi verso le donne e verso l'umanità!


 

martedì 13 ottobre 2009

Flamingo

Sto meglio, sto decisamente meglio.

La tempesta (come scrive Veggie) per ora si è quietata. So che potrà tornare, oserei dire che è estremamente probabile che tornerà, ma nel frattempo avrò costruito un pezzettino in più del mio riparo e magari la prossima volta lascerà qualche segno in meno...

Dedico a tutti voi, anzi a tutti NOI questo video che adoro...non lasciamoci schiacciare e omologare, siamo tutti unici e speciali!!




sabato 10 ottobre 2009

Tsunami





"Tata".
Tata?
Si, c'è scritto tata.



VRAM.
E COSÌ IL QUADRO CADDE DAL CHIODO.




Chissà quanti altri leggono.
Chissà cosa pensano di me.
Che cosa ho fatto?
Ho rovinato tutto.
Sono una stupida.



Poche ore dopo.
Telefonata.
"È da tanto che non ti sento...Avevo pensato che non ci fossi più".



SBAM.
IL QUADRO È CADUTO IN TESTA A ME.





Altre poche ore dopo.
Eccomi seduta accanto al capro espiatorio dello tsunami di emozioni della giornata.
Sto mangiando il miele, anzi, sto staccando con il dito tutto quello che è rimasto sulle pareti del vasetto.
LUI mi fa notare che ho comprato quel miele tre giorni prima.
IO comincio a piangere, mi infurio, afferro il vasetto di vetro e lo scaravento a terra.




Questo è stato il mio martedì 6 ottobre 2009.



Con una doccia di acqua gelida mi sono resa conto di aver distrutto le realtà che avevo costruito, le mie identità, perchè ero stufa delle maschere.
Sì, ma nella teoria è una cosa, rendersene conto nella pratica è ben altro fardello con cui fare i conti.



Ho scoperto che, nella realtà di una persona cara, ero morta.
Non so se vi è mai capitato.
La nostra realtà è ciò che costruiamo noi. Se io penso che sono brutta, stronza e grassa, nella mia realtà io sono così! Niente riesce a farmi cambiare idea.
Se nella mia realtà io penso che una persona si sia suicidata e non c'è nulla che arrivi a smentire il mio pensiero ma solo eventi che lo rinforzano, prende vita la realtà parallela in cui questa persona non c'è più. Magari non mi arrendo del tutto a questo pensiero ma intanto ci soffro e penso a come potrebbe essere successo.
Ecco, in questa strada parallela che si è creata nel cosmo, io sono morta. Questa cosa mi ha sconvolta!



Ho scaraventato tutta la tensione e l'angoscia della giornata su un barattolo di miele. Sì, un pochetto anche sul mio fidanzato.





Ma non finisce qui.
I giorni proseguono.




Una frase del cazzo detta dal mio ragazzo ed io mi sento persa, esclusa, immeritevole ogni cosa del passato che può tornare nella mente a tormentarmi lo fa. Non sono capace di dire nulla, faccio finta di niente, e il chiodo disoccupato ora mi si infilza nell'ombelico e comincia a scavare.

TRRRRRRRRRRRRRRRRRRR


Mercoledì sera. Ceno. Voglio vomitare. Riesco a trattenermi.



Giovedì mattina, sento che la mia testa sta precipitando.

Pomeriggio. Mi preparo per andare a lavoro -che bello oggi sono in anticipo- passo malauguratamente davanti allo specchio: mi vedo e mi faccio schifo. Mi cambio tre volte e alla fine mi rimetto gli stessi vestiti che avevo addosso all'inizio. Sto per urlare e prendere a calci lo specchio quando riesco a tornare in me. Corro al pc e scrivo il post della Danza delle ore. Anche oggi sarò in ritardo a lavoro ma almeno esco tranquilla.

Sera. Torno a casa, non faccio in tempo a varcare la soglia che comincio a litigare con il mio ragazzo. Ecco che mi sono esplose rabbia e frustrazione e, ovviamente, le riverso su di lui con stupidi pretesti perchè non sono capace di spiegare.
Lui si arrabbia e se ne va a letto.

Ok, siamo sole: io e l'altra me. Vediamo chi vince.

Faccio un giro dei blog, giro e rigiro, fino a imbattermi in blog sconosciuti, oscuri, in dolori e torture altrui che mi richiamano a sé.
Il dolore che diventa un alleato...è contagioso...mi viene nostalgia di quella sicurezza che il male sa dare.

Comincio a mangiare. Non importa cosa, l'importante è riempire,  tappare la bocca: me ne sto rendendo conto, mi sto abbuffando. Ecco che arriva la voglia di vomitare.
No cazzo, non voglio.

Torno al computer, stavolta vado sui blog che conosco, in cui il dolore c'è ma c'è anche la voglia di combatterlo, e anche questa voglia sa essere contagiosa. Vorrei scrivere, ma non lo faccio. Vorrei chiedere aiuto a qualcuno, ma sto in silenzio.
Trovo un commento al mio post degli ippopotami: Enigma. Attimo di gioia e di calore, sorriso sulle labbra. Rimango per un po' a fissare il commento ed esprimo tutta la mia gratitudine a questa ragazza, a tutte le persone che ho incontrato qui.

Ma ecco che torna: DEVI ANDARE A VOMITARE! ORA!
No che non ci vado.
NON VALI UN CAZZO. NON SAI VIVERE E NON SAI NEMMENO STARE MALE COME SI DEVE.
Vaffanculo!

Ma non ce la faccio più, mi sta per esplodere il cervello.

Vado in cucina, prendo IL coltello e mi chiudo in bagno.
La lama non è più affilata.
Inizio a colpire il braccio con rabbia ma vedo solo graffi e tagli superficiali.
Torno in cucina, prendo un altro coltello e affilo i mio boia.
Mi richiudo in bagno. Va meglio, ora taglia un po' di più.

1!

2!

3!

Finalmente qualche tagllo serio, finalmente cola sangue rosso vivo.

Di nuovo!

Eccolo qua, quest'ultimo è il taglio che riesce a placarmi. Corto ma bello profondo, si chiuderà anche senza bisogno dei punti.

Ora SIAMO calme.

Ora posso dormire.



Venerdì mattina.
Mi sveglio sola.
È presto, avrei voglia di andare a correre ma piove a dirotto.
Sono triste.
Mi sono tagliata dopo mesi che non lo facevo.
Mi dispiace.
Eppure guardo i tagli e sono soddisfatta: me lo meritavo.

Metà mattina, torno a letto: non ho voglia di stare con me.

Quando mi alzo guardo il blog: Musidora e Ed mi hanno scritto. Ancora calore, ancora gratitudine. Voglio bene a questi sconosciuti.


Torna a casa la mia dolce metà, siamo ancora scazzati dal giorno prima.
Sta per andarsene di nuovo quando finalmente riesco a parlare, a spiegarmi, riesco a dirgli che la sera prima mi sono arrabbiata per stronzate di cui non me ne fregava niente, che il vero motivo che mi aveva fatto stare male era un altro.


Ed ecco che il mare si placa.
Si placa dentro di me.
Finalmente ho DETTO (ed ho pure scoperto di aver frainteso ciò per cui ero stata male, ma erano successe troppe cose forti negli ultimi giorni e quando la mia mente si indebolisce il passato prende il sopravvento e la realtà cambia).




Sono morta ma sono risorta.

Ho distrutto le maschere ma spero che le persone che mi vogliono bene rimarranno anche davanti al “mostro Chiara”.
Essere autentici è difficile e ha il suo prezzo (specialmente quando si è messi male come me), però ho deciso che per me è una cosa importante.


Sono caduta...Il vermiciattolo strisciante ieri sera mi ha azzannata...Sarò più fragile in questi giorni e sarà più facile per lui buttarmi a terra...Ma come ho già detto:

SO CHE MI POSSO RIALZARE.



Vi abbraccio e vi voglio bene (amici del blog e amici della vita).

^^

giovedì 8 ottobre 2009

La danza delle ore

Sono in ritardo.
Vorrei raccontarvi di un realtà che si è frantumata, di un'altra in cui ero morta ma poi sono risorta e di un barattolo di miele scaraventato a terra con ferocia.
Ma sono in ritardissimo!!!
Quindi al momento vi racconto solo che mi sono appena guardata allo specchio e ci ho visto un ippopotamo.
Ma non ho intenzione di lasciarmi mettere di malumore,cercherò di uscire di casa con la consapevolezza di quanto possano essere simpatici e teneri gli ippopotami!





Vi abbraccio e vi dono un super sorriso!!

domenica 4 ottobre 2009

SONO IMPAZZITA...per voi! =)

Ragazzi...
Ho registrato un breve video per voi!!
È semplicemente una poesia straconosciuta che volevo condividere con voi, ma ho voluto leggervela anzichè scriverla.

Il risultato è piuttosto buffo e ovviamente il primo istinto è stato quello di cancellare tutto di fronte all'orrore della mia faccia imbarazzata. Ma poi mi sono fatta tenerezza da sola e mi sono ricordata il mio intento: arrivare a voi per come sono, senza il pensiero del giudizio sullo stupido lato esteriore.
Che dire...
Buona visione!!!!

P.S. Al video ha partecipato anche Cipolla, uno dei miei gatti (ho due gatti e tre cagnoni, piano piano ve li presenterò tutti!).

P.P.S. È venuto un po' scuro, mi serve pratica =)





Lentamente muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i"
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l'incertezza,
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio,
chi non si lascia aiutare,
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo
di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.

(P. Neruda)

sabato 3 ottobre 2009

Brutto verme schifoso, stavolta non mi freghi!!

Ho lo stomaco strapieno di porcherie.
Non so nemmeno io dove stia trovando la forza di non vomitare...ma la sto trovando.
E nemmeno il pensiero che le schifezze si trasformeranno in grasso schifoso che mi renderà ancora più mostruosa (che poi è un pensiero bugiardo) mi strappa questa forza.
È sempre meno duro e doloroso resistere alla voglia di liberarmi di tutto. Forse perchè ho trovato altri modi per liberarmi dal dolore.
La voglia è tanta, lo ammetto, ma SONO CERTA che stasera non vomiterò, che saprò essere più forte io del mostro e che in realtà questo mostro è solo un ridicolo vermiciattolo strisciante.
Avrei voglia di parlarvi di un sacco di cose, vorrei rispondere ai commenti che mi avete lasciato, ma ora la testa è troppo presa a non lasciarsi sopraffare dai malefici AUTOMATISMI (che sono la cosa più difficile in assoluto da distruggere).
Ora mi faccio una tisana calda per cercare di digerire e se più tardi riesco torno a scrivere.

A presto miei cari. ^^

Grazie di cuore.

venerdì 2 ottobre 2009

Solo un pensiero





A volte arriva. Come un fulmine al ciel sereno.

Un pensiero...come una tenaglia.



Mi sto dicendo una bugia?

La responsabilità è davvero sua?

Io non gli ho detto di no.
Io sono rimasta lì. Immobile. In silenzio.

E se lui davvero pensava che io lo volessi?

Perchè non ho detto niente?

Perchè?

Perchè?

Perchè?



Sonorimastalìsonorimastalì
sonorimastalìsonorimastalìsonorimastalì
sonorimastalìsonorimastalìsonorimastalìsonorimastalì

IMMOBILE.

MUTA.



PERCHÈÈÈ??



A volte arriva e mi fulmina.

Di chi è la colpa?

Solo un pensiero.
E non sono più sicura della verità.


mercoledì 30 settembre 2009

Fertili incontri

Tra le persone incontrate grazie al blog, una ragazza che si muove tra le parole e il loro senso (direzione) con un'intelligenza, acutezza, grazia e percezione del ritmo da (s)CONCERTARE.

Ho avuto il permesso di pubblicare l'ultimo racconto da lei postato, qui sul mio blog.
Eccolo qua.




Appena sveglia e già dispersa.
Apro gli occhi e con le mani cerco il mio corpo in penombra.

Nell’ombra in cui ho scelto di trovare riparo sfioro ossa del bacino che affiorano.

(Il folle è colui che cerca di scacciare la propria ombra e ci si perde dentro > Shake/speare)

Luce tagliata trapassa dalle persiane, un altro giorno, sempre un altro e stesso giorno che ricomincia-in-tortura. Controllo: Fatto.
Mi alzo, vado in bagno, mi peso. Controllo: Fatto. Tutti i giorni è il mio primo e ultimo atto.

Controllo: Fatto.

E gli altri? Cosa c’è nel mezzo?
Nel mezzo c’è la fine e il cammino, c’è dove vado sempre a finire con il mio stupido contare!
Quante calorie? Quante calorie? Calorie… Caaaaalorie…Ca-lo-ri-e+e+e+e=?
Ci sarà da fidarsi?
Mhà!... Non si è mai sicuri di niente, meglio arrotondare! Ah! Che brutta parola!


Tu odi le rotondità del corpo tuo siffatto.


-Sempre, sempre troppo RrRrRotondo, suona come un graffio, come uno scoppio!-

(Implosione!)

Ma alla fine un po’ sono necessarie non credi?

(Chi? Cosa? D-do-dove?)

No, non ci credi…Non ci vuoi credere! A chi la vuoi dare a bere? Cosa bevi per colazione?
Un tè, gusto a scelta, il tuo preferito è ai frutti rossi. L’importante è che sia senza zucchero, al massimo il lusso del dolcificante.
E… Cosa mangi?
Si perché la colazione è importante! Come si fa ad iniziare bene una giornata altrimenti!?
Infatti indulgi in pavesini… Mhm: 1-2-3.
Si, perché tu mangi! È una cavolata non mangiare, è da stupide anoressiche senza cervello, mentre tu ce l’hai la testa, ci pensi a queste cose! Non vuoi mica ridurti così tu vero!?…

Un’ora dopo sei lì.
Dove?
Al solito…
Che fai?

Il solito...



No, non scherzi, tu, fai sul serio! Le fai per bene le cose tu, o non le fai, no, tu non le fai tanto per fare le cose. Quindi ti sei abbuffata perché da sola eri in casa, i tempi giusti, i cibi facili, tutto ok, tutto regolare, tutto fuori da ogni ordine come sempre, come sempre il sottofondo della radio sintonizzata su una frequenza di musica classica. T’ingozzi di gelato e biscotti a tempo di Valzer. Tempo ballabile: 1-2-3 Afferro-morso-ingoio. 1-2-3 Morso, Sorso, Morso 1-2-3, più veloce! Morso, Ingoio Sorso, Sorso! 1-2-3 Non basta! Ingoio, Morso, Sorso, Morso, Morso, Ingoio, Sorso! Ancora! 1-2-3 Sorso, Morso, Ingoio, Morso, Morso, Morso, Morso, Sorso, Sorso, Ingoio, Ingoio, Ingoio…

Vortichi arranchi quasi non respiri, ma pensi di cavartela così?

No, non pensi a niente, sei solo un istinto scordato che anela al presto sbocco. Presto!
Prima che sia troppo tardi! Prima che quell’ammasso di cibo che hai dentro diventi irrevocabile parte di te!
E così sia, così è… E così sarà???
Te lo chiedi, te lo chiedi se ci sarà mai un termine, una qualche cazzo di fine, una sveglia che suona, qualcuno che arrivi e ti dica:
Ah, si! Ma era uno scherzo! Era tutto uno scherzo! Non dirmi che ci hai creduto vero? Ci hai creduto? Ah! Sei proprio una sciocchina! Bè comunque basta, ora è tutto finito, non devi pensarci mai più, mai più, mai più tesorino…
Sorriso smagliante e applausi, chiuso sipario, luci spente, sonni tranquilli.

E invece non è uno scherzo!

È la tua vita, la tua vera, preziosa, fottuta, unica vita che se ne va in quell’andirivieni infinito tra cucina-bagno, bilancia-specchio… Bella roba, bello schifo dolce-salato e sempre più amaro. Perché non ci dai un taglio?

Si, ma da che parte iniziare a recidere quando tutta la pianta sembra malata?
La verità è che ci hai messo radici in stà selva e da sola dall’inferno non ne esci…
Che poi neanche ci credi…
A cosa?

Al salvarsi, all’essere salvati, siamo tutti soli e dannati!

Alimentazione atea e fame atavica.

Vuoi non essere per essere di più, per essere potenza elevata al quadrato!
Ma i conti non quadrano, e le lacrime tornano, tornano al loro posto, cacciate a ingolfare il cuore di rabbia e dolore. Le istruzioni le conosci e le esegui:
> Lametta affondi in carne esangue >

Perché? Te lo meriti. Perché? Te lo meriti. Perché?

Perché si. Perché sei tu.
Io?
Si! Tu! Tu che non sai chi sei e cosa fai, che cosa vuoi…

Che pensi troppo, che non pensi a niente. Che scrivi, leggi, e ti strappi i capelli. Che ti vesti di viola e sembri un po’ strana. Che tra la gente vuoi scomparire e ricerchi spasmodica quel cosiddetto amore.
Sorridi, ma dentro sei un vuoto. E così mangi troppo o troppo poco… Ma gli altri si accorgono del tuo urlo muto? Sei un invisibile Munch al femminile postmoderno e fuori posto. Cerchi un senso che o rifiuti o ti va stretto. Identità multipla, corpo costretto. Ridicola mistica sottrattiva!
Platone sarà anche meglio del Prozac, ma la vita è presenza nel corpo, non nell’idea di menzogna d’ascesi-perfetta di questo.

E comunque tu non sei mai stata depressa, sempre e solo/a disperata:
un angelo tragicomico che cade, cade, cade, e cade… Ma poi si rialza! E spera e si dispera…
E non sa se ridere o piangere per quanto tutto sembra buffo e impossibile, ma è così!
È la vita sgangherata da freak bulimica-noressica in cui ti trovi, ma non ti ritrovi, ti ci cerchi e ti perdi, t’insegui e ti strozzi...
È un sogno, è un incubo. È di un normale che fa troppo male.


Ti stupisci, ti vergogni e quasi ti rattristi quando qualcuno ti dice che sei bella.
Si, sei bella, ma non lo capisci.
Cosa c’è da capire nella bellezza? Bello è ciò che si ama incondizionatamente. Senza perché…
E tu non fai altro che porre vincoli e cavilli al tuo amore. Diventa una faccenda così complicata e burocratica che alla fine si muta in sofferenza. E lo odi e ti odi:
odi ciò che ami, ami ciò che odi, ma visto che alla fine sei un po’ border i margini li spezzi!

E tu ti pieghi all’incedere degli eventi senza controllo… Ti senti vile.
L’hai detto a lei ieri. Ti è stato risposto che non sei affatto vile, sei sopraffatta. Un po’ come tutti, come nessuno, come centomila altre simili e tutte diverse sopraffazioni che ogni giorno avvengono in questo stranormale mondo malato e mascherato.

La cosa è stupefacente! Ti senti così stupida e angelica dopo che hai vomitato.
Di nuovo falsamente pura e in caduta libera.

Il paracadute ce l’hai sulla schiena, ma chissà perché non lo sai aprire...




Racconto scritto da Musidora
http://aleaela.blogspot.com/


Splendido.
Grazie tesoro.
Penso che lo rileggerò spesso e molto volentieri.

Ventiseisettembreduemilanove

Il giorno in cui ho preso il coraggio in mano e ho lasciato un post su un blog: Anoressia: after dark, il blog della meravigliosa Veggie.
Ventisei settembre, quattro giorni fa: il giorno in cui ho deciso che avrei condiviso i pensieri lasciati sul mio blog con altre persone che sapevo che, in modi diversi, avrebbero compreso le mie parole.
Certo ho fatto cose ben più coraggiose, però sono fierissima di questo passo!!! =)
In soli quattro giorni ho già incontrato parole appartenenti a persone speciali. Speciali non tanto, o non solo, per la loro storia ma per la ricchezza interiore che l'essere delle SOPRAVVISSUTE ha regalato loro.
È così ragazze e ragazzi. Quasi tutti voi, come me, non siete ancora del tutto usciti dall'inferno, qualcuno si sta guardando intorno, qualcun altro ha deciso di chiudere gli occhi per un po', ma nessuno di voi, nessuno di noi si è fermato.
Fa caldo, fa male, ma non è tutto qui. Fuori di qui c'è la vita che ci aspetta.
Fanculo chi ci ha fatto soffrire, fanculo anche il mondo intero se è necessario, l'importante è non mandare a fanculo noi stessi. NOI NO.
Essere diventate anoressici, bulimici o schiavi di un altro DCA è stato già l'inizio del processo di guarigione!!! Abbiamo deciso che l'ipocrisia, la finzione, il dolore che altri ci hanno inflitto, non devono fare parte della nostra vita. Non ci stiamo a sopravvivvere e basta. Preferiamo correre sul filo del rasoio piuttosto che limitarci ad esistere. Ok, il primo passo l'abbiamo fatto, probabilmente nell'unico modo che il momento, le nostre possibilità, ci consentivano di fare. Abbiamo scelto una via che pensavamo ci avrebbe protetti dalle cose che più ci facevano paura e che, invece, ha finito per avvolgerci e soffocarci lasciandoci al buio.
Va bene, rendiamocene conto e agiamo.
Sarà duro, a volte sembrerà impossibile ma, porcaputtana, ce la si può fare!!
Io pensavo che non ne sare mai più uscita, avevo già chiuso gli occhi e mi stavo lasciando andare a fiamme e oscurità, che in quel mondo di paradossi non faticano a stare l'una dentro le altre.
Ma alla fine li ho riaperti gli occhi. Ho combattuto buio e fuoco e, vi assicuro, non è nulla combattere contro di loro dopo una vita passata a combattere contro se stessi, contro il mondo intero ed ogni sua forma di logicità.
Ci sono ancora dentro, ma ora solo fino alle caviglie.
Respiro.
Vedo la luce.
Sorrido.
Vivo.
Faccio ancora un po' fatica a muovermi e, ogni tanto, cado. Ma ormai ho le mani libere e, da ora in poi, sarà tutto più facile.
Adesso so che posso alzarmi.

OGNI TANTO un documentario intelligente...









lunedì 28 settembre 2009

Una carta di nome Anna

Oggi, uscita da lavoro, mi dirigo verso la mia auto quando vedo una signora procedere lentissimamente sul marcipiede, spingendo con sforzo sovraumano la sua sedia a rotelle: la faccia affaticata, il collo proteso in avanti, le braccia, immobili, si affidano al leggerissimo movimento delle mani per guadagnare preziosi centimetri sull'asfalto.
Il primo istinto è di andare a chiederle se ha bisogno di una mano. Poi mi blocco e mi domando se potrebbe prenderla come un'offesa. Passa un istante e decido che, dato che il mio intento non è di offenderla, andrò a offrirle il mio aiuto. Se si offenderà le spiegherò l'intenzione con cui l'ho fatto, se non capirà pazienza, almeno ci avrò provato.
Mi avvicino e le chiedo se le serve aiuto. Non si accorge nemmeno di me. Titubo, faccio un bel respiro e le pongo di nuovo la domanda, stavolta con voce più alta e decisa ed invadendo il suo campo visivo. Mi guarda. Non ha capito cosa voglio.
Le faccio il migliore dei miei sorrisi e ripeto per la terza volta la mia domanda sentendomi ormai una deficiente.
Lei mi sorride a sua volta e mi ringrazia ma declina l'offerta perchè, mi spiega, sta facendo uno dei suoi giri quotidiani per godersi il sole e la natura.
Mi lascia di sasso.
Con una faccia da ebete le confesso tutta la mia ammirazione per lei che mi risponde con un "grazie" ed un'espressione soddisfatta.
Inizia a raccontarmi di lei. Le chiedo sfacciatamente cos'è successo. La risposta fa un male al limite della sopportazione.

S c l e r o s i M u l t i p l a.

Malattia bastarda, infame che ti rivela spietatamente che ti ucciderà e poi aggiunge che lo farà lentamente e inesorabilmente, senza che tu possa fare nulla per impedirglielo, rimanendo lucida fino all'ultimo respiro, con la tua mente sana rinchiusa in un corpo che non ti risponderà mai più.
È un pugno allo stomaco. Come per consolarla le dico che anche io ho una sorella sulla sedia a rotelle che però esce molto di rado.
"No, no, no, non va bene così, lo dica a sua sorella!". Sorrido e le prometto che lo farò.
Continua a raccontarmi della sua vita. Si chiama Anna, ha 58 anni e la malattia l'ha colpita trent'anni fa. Ventotto anni. Aveva la mia età. Ma, mi dice, lei ha continuato a "fare", perchè lei non sa stare ferma. Mentre pronuncia queste parole la bocca si muove appena e gli occhi fanno fatica a rimanere fissi su di me.
Mi chiede cosa faccio nella vita, le rispondo che sono un educatrice e lavoro con i bambini. Vuole sapere esattamente di cosa mi occupo e poi mi rivela essere un'assistente sociale e ci tiene a precisare che lo è tutt'ora, anche se non può più lavorare.
Alla fine salta fuori che lei è la zia di due bambini con cui lavoro e così mi promette di passare a trovarmi un pomeriggio in ludoteca. Gioia!
Devo andare. Prima di salutarla le dico che è stato un piacere immenso poter parlare con lei e, nel farlo le appoggio una mano sulla spalla e lascio la sua energia scambiarsi con la mia.

Quando giocavo a monopoli speravo sempre di capitare sulla casella "imprevisti". Certo, molte volte la carta pescata mi faceva perdere qualcosa o stare ferma un turno ma tanto sapevo che avrei recuperato, e comunque la sopresa, l'inaspettato non aveva prezzo e qualche volte regalava ricchezze! Questa volta, con Anna, è stato così. Evviva la carta degli imprevisti!!!

E grazie di cuore Anna.

sabato 26 settembre 2009

Sogni

Spessissimo i sogni mi hanno aiutata a capire. Mi hanno fatto passare giornate terribili o mi hanno fatto sentire bene per settimane. In ogni caso, per me, i sogni sono stati spesso risolutori: a volte non ne capisco il senso ma loro sanno comunque sciogliere nodi a livello inconscio, nodi che quel disgraziato (o a volte santo) del mio super-io censura brutalmente.

Ci sono sogni che rimangono ancori vivi in me anche dopo anni e che, ancora oggi, solo ricordandoli mi regalano un senso di pace.

Due in particolare hanno tutto il mio affetto.

Il primo risale, credo, a 4 o 5 anni fa.
La Chiara del presente (quindi allora circa ventiquattrenne) entra in una stanza e si ritrova faccia a faccia con la Chiara sedicenne. Tutte e due in silenzio, a guardarsi negli occhi. La Chiara sognante prova un affetto e un amore totale per il suo alter ego più giovane. Spostando lo sguardo si rende conto che non sono sole: nella stanza altri ragazzi tra cui anche la sua migliore amica anch'essa sedicenne, bottiglie di birra e fumo, tutti gli sguardi rivolti a lei.
La giovane Chiara rompe il silenzio: "Ah...Allora è così che diventerò". L'altra cerca di capire il sentimento celato dietro questa affermazione: delusione? Paura? Soddisfazione? Nulla traspare.
Il sogno finisce e mi sveglio con la sensazione di aver sfiorato qualche verità importante. Qualcosa si è smosso davvero.
Con il tempo capisco che la Chiara adolescente aveva iniziato ad avere meno paura di crescere, che cominciava ad accettare di poter appartenere al mondo senza l'angoscia di esserne sopraffatta, schiacciata.
Anche ora che lo scrivo questo sogno riesce a commuovermi. Quel rimanere in silenzio a guardarsi negli occhi, guardarsi dentro, profondamente e sinceramente, come a fare pace, come a chiedere perdono, come a dire "Spero tu non sia delusa da me, io non lo sono da te e per la prima volta ti dico che ti voglio bene". E mentre le lacrime affiorano sento una mano invisibile che mi massaggia il cuore e mi dona pace: è la sua, è la mia.

Il secondo sogno penso di averlo fatto uno o due anni dopo ed è un po' la "seconda puntata".
Anche questa volta entro in una stanza, molto grande e completamente bianca. Nel mezzo due bambine piccole: una piange, l'atra la guarda e ride.
Mi avvicino e mi rendo conto che siamo mia sorella ed io, più o meno all'età di 6 anni lei e 4 io.
Provo subito una grande rabbia a vedere la piccola Fra serena e sorridente mentre guarda la piccola me piangere disperata. Allora mi chino e MI PRENDO IN BRACCIO, MI STRINGO FORTE E MI CONSOLO.
Non credo di essere in grado di rendere a parole l'emozione che provo nel ricordare questo sogno, la gioia immensa, la pace profonda.
Quando mi sono svegliata mi sentivo serena come mai e quel sogno bastò per farmi passare giorni di preziosa serenità in cui poter guardare la mia realtà con occhio diverso e guardarmi dentro...e scoprirmi, scoprirmi e COMPRENDERMI.


Fare pace con noi stessi.
Perdonarci.
Per scoprire che non c'è abbraccio più caldo nel nostro.

martedì 22 settembre 2009

Ana

Lettera tratta da un sito pro-ana.

”Permettimi di presentarmi. Il mio nome, o quello datomi dai cosiddetti “medici”, è Anoressia.
“Anoressia Nervosa” è il mio nome per esteso, ma tu puoi chiamarmi Ana.
Possiamo diventare auspicabilmente grandi socie. Nei prossimi tempi, investirò molto tempo con te, e mi aspetto lo stesso da parte tua. In passato avrai appreso che tutti i tuoi insegnanti e i tuoi genitori hanno parlato di te come ” così matura “, ” intelligente “, con “così tanto potenziale”.
Domanda: questo ti basta? Assolutamente no! Non sei perfetta, non fai abbastanza fatica, più avanti non potrai più perdere il tuo tempo a pensare, a parlare con gli amici e a disegnare! Tali atti di indulgenza non saranno permessi in futuro.
I tuoi amici non ti capiscono. Non sono imparziali.
In passato, quando l’insicurezza ha rosicchiato tranquillamente la tua mente, e tu hai chiesto loro: ” Ti sembro … grassa?”, ti hanno risposto ” Oh no, certo che no! ” e sapevi benissimo ti stavano mentendo!
Solo io dico la verità.
I tuoi genitori figuriamoci! Sai che ti vogliono bene e che a loro importi, ma questo è il loro ruolo, e sono obbligati a svolgerlo.
Ora ti rivelerò un segreto: nel loro io più profondo, sono delusi da te.
La loro figlia, quella con tante potenzialità, si è trasformata in una ragazza grassa, pigra e immeritevole.
Ma sono qui per cambiare tutto questo.
Mi occuperò di far diminuire il tuo apporto calorico e farti aumentare l’esercizio fisico.
Ti spronerò al limite. Dovrai accettarlo, perchè non puoi sfidarmi!
Sto iniziando a introdurmi dentro di te.
Ben presto sarò sempre con te. Sono con te quando ti svegli al mattino e quando corri su per le scale.
Le persone a dieta diventano sia amiche che nemiche e nei tuoi pensieri frenetici pregherai di essere calata rispetto a ieri, alla scorsa notte, ecc.
Guardati con sgomento nello specchio. Sollecita e scaccia il grasso che è là e sorridi quando sporgeranno le ossa. Sono con te quando formuli il tuo plan quotidiano: 400 calorie, 2 ore di esercizio fisico.
Sono io che faccio questo, perché da ora i miei pensieri e i tuoi sono fusi insieme come fossero uno.
Ti seguo durante il giorno.
A scuola, quando la tua mente vaga, ti dò qualcosa a cui pensare. Riconta le calorie della giornata. Sono troppe.
Riempio la tua mente con pensieri sul cibo, sul peso, sulle calorie e cose che a pensarle danno sicurezza.
Perché ora, sono già dentro di te.
Sono nella tua testa, nel tuo cuore e nella tua anima. La fame dà dolore, e tu fingi di ritenere che io non sia dentro di te.
Ben presto ti dirò che cosa fare non solo col cibo, ma che cosa fare TUTTO il tempo.
Sorridi e annuisci. Presentati in buono stato.
Risucchia quel grasso che hai nello stomaco, maledizione! Dio, sei una tale vacca grassa!!!
Ti dico cosa fare quando arrivano le ore dei pasti. Faccio un sembrare un piatto di lattuga come una festa andata bene ad un un re. Rifiuta il cibo. Fai credere di aver mangiato qualcosa.
Nessun pezzo di qualsiasi cosa ……se mangi, tutto il controllo verrà spezzato…E’ questo che DESIDERI?? Ritornare di nuovo ad essere la VACCA GRASSA che eri una volta??
Io ti costringo a fissarti sulle modelle delle riviste.
Quella magrezza perfetta, i denti bianchissimi, quell’oggetto di perfezione che ti fissa da quelle pagine lucide.
Ti faccio rendere conto che non potresti mai essere una di loro.
Sarai sempre grassa e non sarai mai bella come loro.
Quando guarderai nello specchio, distorcerò l’immagine del tuo riflesso.
Ti mostrerò obesa e ripugnante. Ti mostrerò un lottatore di sumo dove in raltà c’è un bambino affamato. Ma tu non lo devi sapere, perché se venissi a sapere la verità, potresti ricominciare a mangiare e il nostro rapporto finirebbe per schiantarsi. Talvolta ti ribellerai. Si spera comunque non spesso. Riconoscerai la piccola fibra ribelle lasciata nel tuo corpo e ti avventurerai fino alla cucina oscura. La porta di credenza si aprirà lentamente, cigolando dolcemente.
I tuoi occhi si sposteranno sopra il cibo che ho tenuto a una distanza sicura da te Ritroverai le tue mani ad allungarsi, letargicamente, come un incubo, attraverso l’oscurità verso il pacco dei crackers.
Li butterai giù, meccanicamente, in realtà non per gustarli, ma semplicemente per godere del fatto che ti opponi a me.
Raggiungi un’altra scatola,poi un’altra, e un’altra ancora… Il tuo stomaco diventerà gonfio e grottesco, ma ancora non ti fermerai.
Tutto il tempo ti grido di fermarti, tu vacca grassa, tu realmente non hai nessun controllo di te stessa, tu ingrasserai.
Quando ti sarà addosso ti riaggrapperai a me, mi chiederai consiglioperché in realtà non vuoi ingrassare.
Hai infranto una regola cardinale e hai mangiato, e ora mi vuoi.
Ti trascinerò in bagno, sulle tue ginocchia, a fissare nel vuoto della tazza del cesso.
Le tue dita saranno ti si cacceranno in gola e, non senza un bel po’ di sofferenza, la tua festa di cibo risalirà.
Questo deve essere ripetuto, fino a quando non sputerai sangue e acqua e ti renderai conto che è tutto andato.
Quando ti rialzerai, avrai una sensazione di vertigine. Non svenire. Alzati immediatamente.
Tu vacca grassa questo dolore lo meriti! Forse la scelta di sbarazzarsi della colpa è diversa.
Forse ho scelto di farti prendere lassativi, dove ti siedi sul cesso fino alle prime ore del mattino, sentendo le tue viscere rimpicciolirsi.
O forse ti faccio fare solo del male da te.
Tirare testate contro il muro fino a quando non ti prendi un’emicrania palpitante. Anche tagliarsi è efficace.
Voglio che vedi il tuo sangue, che lo vedi colare giù lungo il tuo braccio e in quell’attimo ti renderai conto conto di meritare qualunque dolore io ti infligga.
Sei depressa, ossessionata, dolorante, ferita, ti protendi, ma qualcuno ascolterà? Chi se ne frega ?!? Sei meritevole; hai portato questo su te stessa.
Oh, tutto ciò è rigido? Non vuoi che questo ti succeda? Sono ingiusta? Io faccio cose che ti aiuteranno. Lo rendo possibile perché tu la smetta di pensare ad emozioni che ti causano tensione.
I pensieri di rabbia, di tristezza, di disperazione e di solitudine possono cessare perché li porto via e riempio la tua testa col metodo di contare le calorie.
Porto via la tua lotta da adattarti con chi prende in giro la tua età, la lotta del tentativo soddisfa chiunque.
Perché ora, sono la tua unica amica e sono l’unica di cui hai bisogno per piacere.
Ho un punto debole.
Ma non dobbiamo informarne nessuno.
Se decidi di contrastarmi, tenderti verso qualcuno e dirgli come vi rendo vivi, tutto l’inferno si libererà.
Nessuno deve scoprire, che nessuno può rompere questo rivestimento con cui ti ho coperta.
Io ho creato te, questa sottile, perfetta, bambina di successo.
Sei mia e mia e sola. Senza di me, non sei nulla. Quindi non combattermi così.
Quando gli altri commentano, ignorali.
Passaci sopra, dimenticati di loro, dimenticati di chiunque provi a portarmi via. Sono il tuo bene più grande e intendo mantenere questa cosa.

Sinceramente, Ana"


"ANA", "MIA"...

KISS MY ASS!


mercoledì 22 aprile 2009

Una poesia anche per...me

***
"Perdona e dimenticherai
per quanto possa fare male in fondo sai
che sei ancora qui
e dare tutto e dare tanto quanto il tempo in cui il tuo segno rimarrà
questo nodo lo sciolga il sole come sa fare con la neve"


Stanotte mi abbraccio forte e mi dedico questo video...Tutto per me :-)



sabato 18 aprile 2009

Il campanellino

Penso al campanellino di Pavlov e al suo cane.
Penso ad una situazione ancora più attinente a quello che succede a me: un bambino viene picchiato ed ogni volta, prima di ricevere il colpo, sente un campanello suonare.
Suono del campanello > schiaffo > dolore.
Così per anni.
Diventa adulto, l’ambiente cambia, nessuno lo picchia più. Cosa succederà quando sentirà un capanello suonare? Con tutta probabilità si proteggerà il viso in attesa dello schiaffo. Forse potrà addirittura percepirne il dolore. Ora è grande, razionalmente sa che il suono del campanello può voler dire diverse cose, ma il suo cervello ha assimilato che a quel suono segue una sensazione di dolore. È un meccanismo che, nella maggior parte dei casi, ci aiuta a sopravvivere ma in questo caso è invece un percorso meccanico da cambiare, una rivoluzione sinaptica da attuare.

A me succede una cosa del genere.
Nella mia vita ho avuto qualche problemuccio con le figure femminili per me più importanti.
Amore frustrato nei confronti di mia madre.
Amore smisurato, quasi simbiotico, per mia nonna che mi ha lasciata davvero troppo presto (Cazzo).
Amore grande nei confronti di mia sorella, amore che combatteva costantemente con una gelosia e un’invidia che mi consumavano, con il senso di colpa che mi soffocava ed un senso di protezione nei suoi confronti che mi portava a odiare tutto quello che avrebbe potuto farle del male, compresa me stessa.

Mia madre non mi vuole bene perché deve pensare a mia sorella. Voglio bene a mia sorella ma lei è cattiva perché mi porta via la mamma. La nonna non c’è più, mi ha lasciata anche lei. Se fossi stata più buona non sarebbe morta. Sono sola. Sono sola perché non sono abbastanza importante. Sono gelosa di mia sorella, sono invidiosa di lei. Sono cattiva. Ecco perché sono sola, perché sono cattiva. Messa a confronto con qualunque altra bambina io perdo, sono la meno importante. Se non ci fosse mia sorella mia madre mi vorrebbe più bene. Sono una merda.

Così per anni.
È cresciuta la convinzione che l’amore degli altri verso di me è condizionato dalla presenza o meno di altre figure femminili, che saranno sempre meglio di me. Se voglio essere amata devo attirare tutta l’attenzione su di me, altrimenti rimarrò sola perché chi mi sta vicino si accorgerà quanto le altre valgano di più.

Mentre scrivo tutto questo mi manca un po’ il fiato. Sono verità difficili da ammettere a me stessa. Mi sento nuda e scoperta.

Troppo spesso, ancora oggi, il suono del campanello mi provoca il dolore dello schiaffo.
Basta.
Voglio che quel maledetto campanellìo rimanga solo un suono e non sia più dolore.

Più tardi

“Più tardi” è solo un coperchio appoggiato su una pentola in ebollizione e, sotto, il vapore aumenta e aumenta.
Quante volte mi capita di far esplodere tutto. Quanti pensieri rimandati a un domani indistinto, solo per sentirmi un po’ più al sicuro nel presente. Al sicuro da cosa, poi, non lo so nemmeno io.
Basta rimandare sempre, voglio imparare ad affrontare tutto il prima possibile.
Io ce l’ho il coraggio, la forza, la determinazione, è solo che a volte prende il sopravvento la Chiara spaventata a morte: quella Chiara che si è sentita spesso sola, abbandonata e abusata.
C’è questa parte di me che ancora trema e si rannicchia e vuole tenere tutto e tutti lontani da lei e non vuole pensare a nulla se non a rinchiudersi.
Ma è vero…così aumenta solo il vapore. Io lo so bene.

sabato 24 gennaio 2009

L'inverno è freddo ma la primavera arriva sempre...e più si è patito il gelo, più si godrà della luce e del calore del sole.

sabato 17 gennaio 2009

Non basta mai...
Svuotare e subito riempire, per poi svuotare di nuovo, e avanti così fino allo sfinimento…
E’ una cosa senza senso, un circolo chiuso, fine a se stesso che non mi condurrà mai da nessuna parte, di sicuro non alla felicità...

domenica 11 gennaio 2009

Favola

Fine dicembre 08

C’era una volta una principessa che viveva chiusa nella torre di un castello.
Aveva sempre tanto freddo e si sentiva perdutamente sola. Sognava il giorno in cui un bel principe sarebbe arrivato a liberarla: si sarebbe abbandonata nelle sue baccia e si sarebbe lasciata portare lontano dalla sua prigione, finalmente in salvo.
Ma quel giorno non arivava mai.
Ogni tanto un principe a cavallo arrivava sotto la torre della principessa e si mostava in tutta la sua fierezza, pronto a dare la vita per lei. Allora la principessa ardeva di speranza e cantava per il suo eroe con la sua voce incantatrice.
Ogni volta il baldo giovane di turno cominciava la ricerca della porta d’entrata e, quando capiva che questa non esisteva, cercava il modo di arrampicarsi fino alla finestra della bella pincipessa e di tenderle una mano.
Ma ogni tentativo era vano e per quanto il principe si sforzasse non c’era modo di arrivare fino a lei.
La principessa stava a guardare ma pian piano perdeva interesse, il suo canto si affievoliva, il bel giovane cominciava a non essere più così attraente e la speranza svaniva, ed allora ella si allontanava dalla finestra, abbandonava a se stesso l’aspirante redentore, e tornava a sognare il giorno in cui le cose sarebbero cambiate.
Un giorno come un altro qualcosa di nuovo accadde: non un principe arrivò alla sua dimora, ma una bella signora che sembrava vestita di luce.
“Mia dolce principessa, vieni giù da me” disse la donna.
“Non posso! Io sono rinchiusa in questa torre e sto aspettando che qualcuno venga a salvarmi.” Rispose la principessa.
“Non ci sono delle scale che ti portino quaggiù?”
“Non lo so sconosciuta signora della luce. Io sono rinchiusa in questa torre e sto aspettando che qualcuno venga a salvarmi”.
“Non c’è una corda con cui puoi provare a calarti dalla finestra?” continuò la donna.
“Non lo so. Io sono rinchiusa in questa torre e sto aspettando che qualcuno venga a salvarmi. Sei tu qui per portarmi in salvo?”.
La signora vestita di luce guardò la principessa con sguardo fermo e infinitamente dolce, le sorrise e disse: “Sono venuta per fare di meglio: sono qui per per farti scoprire che tu sai già come uscire”.
La principessa rimase in silenzio per qualche istante, poi aggrottò le sopracciglia e borbottò: “Io non capisco. Io sono rinchiusa in questa torre e sto aspettando…”
“Nessuno potrà venire a salvarti – la interruppe la donna con uno sguardo ancora più fermo – solo tu sai come fare per uscire dalla tua prigione”.
La principessa guardava intensamente la donna che tornò a parlare con dolcezza: “Canta per te stessa con tutta la voce che hai e tutto l’amore che puoi, chi ti ama sentirà il tuo canto dalle valli lontane e correrà da te. Nessuno sa che tu sei rinchiusa qui, i tuoi cari ti cercano ma sei tu che non ti fai trovare. Quando saranno arrivati tu gli dirai come raggiungerti, gli dirai dove sono gli appigli per potersi arrampicare su questa torre che conosci bene, perchè tu stessa hai costruito con tanta cura.
Sei scappata da una vita che ti faceva paura e ti sei rifugiata nel sogno di una vita alla quale non dai modo di realizzarsi. Sei stata per te stessa peggio di qualsiasi drago, più cattiva di qualunque orco sia mai esistito, ma ora io faccio luce nelle tue tenebre e finalmente potrai portarti in salvo.”
La principessa guardava sgomenta davanti a sé. Non ricordava da tempo chi l’avesse rinchiusa in quella torre ma ora pian piano i ricordi cominciavano a riaffiorare e vedeva la sua famiglia, il lungo e difficile viaggio che ella aveva fatto per fuggire dalla paura e dal dolore e poi la torre: sicura, inespugnabile e…per sempre.
La signora la riempiva di amore e di luce e così ella decise di cominciare a cantare ma stavolta cantava per se stessa. All’inizio fu solo un sussurro ma poi diventò un fiume in piena che raggiunse valli lontane come un richiamo alla vita.
Cantava e cantava la principessa e si sentiva riempire l’animo e il cuore. Quando scrutò l’orizzonte vide che tante persone si avvicinavano al suo nascondiglio, riconobbe la sua amata nonna, sua madre, suo padre e le sue sorelle, vide damigelle e servitori di corte e persino il suo cane. Tutti ascoltavano profondamente il suo canto e lo seguivano.
Fu allora che smise di cantare.
Non sapeva se la signora della luce fosse ancora sotto la sua finestra ma non guardò.
Insieme all’amore dei suoi cari stavano tornando da lei anche i fantasmi che la perseguitavano quand’era bambina. La paura cresceva e cominciò a chiedersi come avrebbe fatto a sopportare di stare fra tutta quella gente dopo aver passato tanti anni da sola nei suoi sogni. Forse non solo la paura ma anche l’amore l’avrebbe soffocata perché non era più abituata a respirarlo,
e forse proprio lei non sapeva come si faceva ad amare.
Così fece un passo indietro e chiuse la sua finestra, si sdraiò sul freddo pavimento nel buio della sua torre e ricominciò a figurarsi il giorno in cui un bel principe sul suo cavallo sarebbe arrivato e l’avrebbe portata in salvo. Chiuse gli occhi e si addormentò.
FINALE 1:
Sognando per l’eternità.
FINALE 2:
Cominciò a sognare forti braccia che la stringevano e verdi prati che correvano sotto gli zoccoli di un cavallo color della terra. Sorrideva la principessa, si sentiva finalmente vicina alla felicità.
Ma ecco arrivare qualcosa a rompere l’incantesimo: i verdi prati svanirono portando con sé il giovane amante ed il suo destriero.
Era di nuovo sola, al buio e al freddo della sua torre.
Cercò di tornare a rifugiarsi nel mondo della fantasia come aveva ormai abilmente imparato a fare, ma non ci riusciva, c’era qualcosa che glielo impediva. Non poteva uscire dalla torre e non era più in grado di fuggire in una realtà solo sognata.
Mente e corpo si trovavano forse per la prima volta nello stesso posto: un non-luogo che non era vita e neanche morte, né sogno né realtà.
La giovane era terrorizzata all’idea di riaprire la finestra, ma lo era anche al pensiero di rimanere per sempre chiusa in quella prigione. Non riusciva più a fare a meno di pensare alle parole della signora vestita di luce. La consapevolezza pulsava dentro di lei, la spingeva a rimanere sveglia, la esortava ad alzarsi e porre fine alla falsità e in quei momenti la principessa avrebbe voluto urlare talmente forte da sbriciolare i muri che la circondavano.
Ma allora cosa la spingeva a rimanere lì seduta a guardarsi attorno senza vedere nulla?
La principessa ora pensava alla sua luminosa signora, sperava di vederla apparire e illuminare la stanza, desiderava che le prendesse la mano e la portasse con sé, che la liberasse dal drago che dimorava in lei e che non le permetteva di continuare a cantare.
Intanto non molto lontano dalla torre, il re e la regina tendevano le orecchie trattenendo il fiato, nella disperata attesa di udire nuovamente il canto dell’amata figlia che li guidasse fino a lei. Non sapevano se attendere immobili o continuare a camminare e a cercare. Per anni la paura aveva immobilizzato anche loro e, come un malefico sortilegio, aveva chiuso i loro occhi e tappato le loro orecchie. Ma ora il canto della figlia li aveva liberati e potevano finalmente vedere e sentire di nuovo.
Il re chiese con forza ai suoi servitori di cercare ovunque, di arrampicarsi sugli alberi più alti e scrutare l’orizzonte in cerca di un segno della presenza della sua bambina. Ma nessuno riuscì a trovare nulla e così il re, con le lacrime agli occhi, sollevò il volto per guardare il cielo e cominciò a cantare. Era un canto poco allenato, rotto dal pianto ma di una dolcezza così disarmante che tutti si fermarono ad ascoltarlo e presto tutta la valle si intrise di quell’amore vero capace di riempire ogni paura.
La regina guardava il suo re come se lo vedesse per la prima volta, il suo canto scioglieva il ghiaccio che lei aveva messo a protezione del suo cuore e la tristezza si impadronì improvvisamente di lei. Fissando l’orizzonte lontano cominciò a chiedersi come aveva potuto non cercare sua figlia per tutti quegli anni, aveva ostinatamente voluto credere che fosse felice, respingendo il pensiero che potesse trovarsi in un qualsiasi pericolo, ed ora era terrorizzata all’idea di averla persa per sempre.
Il re sembrò indovinare i pensieri che offuscavano il bel volto della sua amata regina e così posò un braccio sulle sue spalle e la strinse al suo fianco, la regina poggiò la testa sul petto del suo sposo e si lasciò cullare dal dolce canto. Avrebbe voluto cantare anche lei, lo avrebbe voluto con tutto il cuore: cantare per la sua adorata figlia e farle sapere che anche lei la stava cercando. Ma non ne era ancora capace, anch’ella aveva costruito dentro di sè delle solide mura che la proteggevano e la imprigionavano e non sapeva, o forse ancora non poteva, liberarsene. Ma l’amore sollevava il suo cuore abbastanza in alto da poter guardare oltre ghiacci e mattoni e così, a bocca chiusa e denti stretti, con la forza e il coraggio di un intero popolo di elfi, cominciò delicatamente ad intonare il suo richiamo senza parole sperando che il cuore della sua piccola riuscisse a percepirlo.
(Non so ancora come finisce il secondo finale!!)

Mia sorella

Inizio Dicembre 08

I miei pensieri mi portano lontano: lontano da quello che provo per mia sorella, da quello che lei rappresenta per me. Scappano, ma non c’è bisogno di farlo: non succederà nulla di brutto se aprirò anche questo cassetto.
Non molti anni fa mia nonna materna mi disse che per mia sorella sarebbe stato meglio non nascere. Sbam. Pugno nello stomaco.
Ho sempre lottato contro chi diceva “poverina”, ho sempre sentito un moto di ribellione verso chi giustificava ogni aspetto negativo del suo comportamento compatendola per la sua situazione.
Mia sorella ha una dignità, è una persona tanto quanto lo sono le altre persone, ha il diritto e il dovere di portare in luce la sua umanità, di attuare il suo potenziale, di essere trattata da persona capace.
Vorrei aprire il cervello di tante persone che ho incontrato nel corso della mia vita e sbattergli dentro con forza questi concetti.
Ma forse anche io che ho sempre difeso queste idee in realtà non mi sono comportata coerentemente con esse.
Rabbia, rancore, senso di protezione: sono questi i primi stati d’animo che il pensiero di mia sorella mi suscita.
Quando eravamo piccole si giocava insieme e giocando lei era semplicemente una bambina come me. Ma poi c’era la vita reale e in quella io e mia sorella non eravamo uguali. Io imparai fin da piccolissima a vestirmi e lavarmi da sola, lei no, appena imparai a muovere i primi passi finì l’era del passeggino perché mia mamma non poteva andare in giro con due bambine che non camminavano e così ho dovuto imparare a correre.
Credo che non avessi chiaro fino in fondo che il non poter camminare non dipendesse da mia sorella, ed infatti ogni tanto cercavo di spronarla a farlo, le dicevo che era facile, le spiegavo come fare. Mi immaginavo come sarebbero andate le cose se avesse imparato: i miei genitori sarebbero stati fieri di me, mia mamma mi avrebbe preso in braccio, coccolata e si sarebbe presa cura anche di me, Francesca avrebbe potuto finalmente fare una delle cose più belle del mondo: correre!
Ma non imparò mai e così io continuai a fare la piccola adulta e lei continuò a portarmi via la mamma.
Va bene, non camminava, ma perché mai non si poteva vestire da sola?!? Le braccia le aveva, il cervello pure…perché la vestiva la mamma?? Che rabbia. Ma allora non la vivevo verso di lei questa rabbia, non sapevo nemmeno si chiamasse così. Mi capitava di diventare triste, solitaria, mi mettevo un braccio davanti al viso e dicevo a chi mi stava di fronte di non guardarmi, di lasciarmi stare, mi coprivo gli occhi sperando così di sparire, di non esistere, perché tutto ciò che provavo in quei momenti non era giusto, era gigantesco, era cattivo. Nessuno mi ha mai detto che non era così.
Mia madre in quei momenti faceva finta di niente, sembrava davvero che non esistessi. Credo le sembrasse il modo giusto per affrontare la situazione, tanto sapeva che prima o poi mi sarebbe passato. In realtà ciò che passava era la manifestazione di disagio, ma quest’ultimo rimaneva e si insediava sempre di più dentro di me.
Negli anni delle elementari ricordo una sorta di anestesia, quelli sono per me gli anni che separano la sofferenza di quando ero molto piccola da quella che scoppiò all’inizio dell’adolescenza.
Giocavo meno con mia sorella, uno dei momenti che ci univano durante la giornata era la sua passeggiata quotidiana. Con l’inizio delle elementari Francesca aveva cominciato a portare dei tutori e ad usare delle stampelle per potersi muovere e doveva ogni giorno fare una mezz’ora di caminata. Così si usciva e, lungo il cammino, io avevo appuntamento con tutti i cani dei giardini delle case e con i fiori che mi piaceva odorare ed anche assaggiare! Era un momento piacevole, l’unica cosa che lo rovinava erano gli sguardi delle persone. Ricordo che mi sentivo un fuoco dentro quando guardavano mia sorella, quando la fissavano. Ricordo che cercavo di portare quel fuoco nei miei occhi e di incenerire le persone con lo sguardo. A Francesca non credo sia mai importato nulla degli occhi curiosi degli altri, credo che solo io bruciassi dentro. Per la prima volta mi chiedo se bruciassi di rabbia o di invidia…Non è che forse non sopportavo il fatto che guardassero lei e non me? Ancora una volta io ero trasparente.
Poi è arrivata l’adolescenza, la ribellione, una rinnovata sofferenza.
La mia strada si stava separando sempre di più da quella di Francesca, non si giocava più ormai e di cose da dirci ne avevamo molto poche.
La mia rabbia ormai era sempre pronta ad esplodere e spesso accadeva che esplodesse con mia sorella attraverso litigi furibondi, fini a se stessi, che finivano spesso con un vaffanculo reciproco ed una rabbia ancora più intensa.
Lei fuggiva ogni giorno di più dal mondo esterno ed i miei genitori la lasciavano fare perché, “poverina”, non le si poteva chiedere di vivere una vita normale che sfruttasse le sue risorse.
Questo mi faceva davvero incazzare, tanto per cambiare.

Gelosia, paura di essere messa in ombra, sentimento di inferiorità: sono sentimenti sempre in agguato dentro di me.
Ancora oggi appena qualcuno che amo accenna ad una qualità secondo lui posseduta da qualcun altro io mi sento subito bruciare di gelosia e mi sento uno schifo, una merda, una nullità. Mi sento persa e non amata, senza via di fuga, senza la possibilità di fare nulla per poter ottenere anche io amore e stima da quella persona.
Da un po’ di tempo riesco a controllare di più questi sentimenti ma ammetto che ogni tanto ne sono ancora sopraffatta e, anche se non mi portano più a distruggermi fisicamente (??), mi fanno soffrire molto.
E’ esattamente ciò che provavo da bambina. Perché i miei genitori non l’hanno mai capito?
Anche solo l’essere sgridata mi dava sollievo: c’ero anche io!
Da un certo punto in poi iniziai a fare leva sulla mia presunta intelligenza per attirare l’attenzione e così sbalordivo i miei genitori con precoci capacità di vario genere con le quali cercavo di sminuire quelle di mia sorella: all’ultimo anno di scuola materna sapevo già leggere e scrivere, poco dopo imparai da sola a scrivere piccoli racconti e studiare a memoria le poesie, mentre mia sorella su queste cose era sempre stata in difficoltà.
Tutto questo era nutrimento per il mio senso di colpa verso mia sorella ed in più non mi rendeva comunque felice perché alimentava sempre di più quel soffocante spirito competitivo che ancora oggi muove molte mie azioni e spesso mi fa perdere di vista i miei veri obiettivi.
In ogni caso nemmeno questo servì ad avere l’amore che desideravo da mia madre: era come se lei desse per scontato il fatto che io fossi sempre la migliore. Ricordo bene una volta in cui le dissi che avevo vinto una qualche gara in uno dei tanti sport che praticavo da bambina e lei mi rispose con un “non avevo dubbi” detto non con un tono fiero ma quasi scocciato, annoiato. Quella volta qualcosa cominciò a cambiare: ero una ragazzina ed all’inizio ci rimasi immensamente male ma poi piano piano nacque in me una voce arrabbiata che alla fine diventò un grido di ribellione, un vaffanculo grande come il mondo. Non era facile cercare di eccellere sempre, sentire costantemente l’ansia e il terrore di arrivare seconda ed essere così un qualcosa di inutile e indegno.
“Cara mamma, se ti scoccia che io sia intelligente e capace, se comunque in ogni caso non te ne frega nulla di me, sai cosa ti dico? Vai ad abbracciarti la tua figlioletta malata e lasciami in pace, da ora me ne frego anche io sia di te che di me!”
Così cominciò il calvario dell’adolescenza in cui la rabbia dominava incontrastata. Ma ormai non sapevo già più quale fosse la sua origine, ormai la mia famiglia era solo un puntino nero perso dentro il rosso del mio dolore che mi pervadeva.
Se in quegli anni pensavo a mia sorella si apriva una ferita terribilmente dolorosa e così cercai in ogni modo di non pensare più, né a quello né alle altre cose che tanto mi avevano colpito in quei primi anni della mia vita.
Ogni tanto mi crollava addosso il peso di essere cresciuta e di aver acquistato un’autonomia che mia sorella invece non aveva, di essere una ragazza che volente o nolente attirava le attenzioni degli uomini mentre mia sorella non aveva nemmeno mai camminato mano nella mano con un ragazzo.
Ma più di tanto non potevo fare: mi sono negata tutti i piaceri che ho potuto, ho deturpato il mio corpo e ho abbondantemente limitato i successi nello studio. Eppure continuavo a crescere, a piacere e interessare agli altri, a sentire passioni verso cui volevo dirigere la mia vita. E in tutto questo non trovavo una soluzione per non lasciare indietro mia sorella: una persona ormai abissalmente lontana da me, con cui la comunicazione era già interrotta da tempo.
Chissà come ha vissuto lei quegli anni, chissà se davvero soffriva a vedermi crescere chissà se invidiava le mie possibilità o se invece non gliene fregava proprio niente.
Sono sempre stata così convinta di avere una vita così immeritatamente felice in confronto alla sua (che pure invidiavo), ma, se mi fermo un attimo a pensare, i miei primi ventisette anni di vita (escludento alcuni momenti) non sono proprio trascorsi all’insegna della mia idea di felicità. Chissà se invece lo sono stati i suoi per lei. Sono molte le cose di cui ho bisogno di parlare con lei e questa è una di quelle.

Lettera alla mia malattia

Fine Novembre 08

Cara malattia,
non è facile scriverti. Non è facile accettare che tu non sei me ed io non sono te; è una cosa bella ma non facile.
Ora sono senza identità: non sono più una bulimica, un’anoressica, un’autolesionista, capiterà ancora di avere problemi di questo tipo, forse, ma in ogni caso io non sarò solo quello, non vale più l’equazione Chiara = malattia, io sono ben altro...solo che devo ancora scoprire cosa!! E questo, certo, mi fa un po’ paura.
Sai di cosa sono stupita?
Del fatto che non ti odio. Provo affetto quando penso a te e non rancore.
Tu ricordi quando ci siamo incontrate? Io non lo saprei dire...
Ricordo che la prima volta che ho vomitato avevo dodici anni, ma non credo proprio sia stato quello il nostro primo incontro.
Credo che tu sia un’ottima osservatrice e che scelga con cura la persona che abbraccerai fin da quando è bambina.
I miei parenti mi raccontano che quando sono nata e per i primi mesi a seguire le uniche persone che potevano prendermi in braccio erano mia madre e mia nonna paterna mentre con qualsiasi altra persona urlavo disperata (in realtà loro dicono “incazzata nera”): interessante vero? Una bimba diffidente e impaurita? Sembra una buona candidata ad essere abbracciata...
Verso l’anno mi sono calmata, sono diventata molto dolce, cercavo sempre coccole ma non davo mai confidenza agli estranei, da quando ho ricordi sono sempre stata molto restia verso chi non conoscevo e quando conoscenti dei miei mi facevano le classiche moine che gli adulti fanno ai bambini mi si stringeva lo stomaco e mi stringevo forte alla mamma o alla nonna...non avevo fiducia nel mondo esterno, la scuola materna per me è stata una tragedia. Solo a casa mi sentivo al sicuro e solo con la mia nonna ero in pace con me stessa.
Sempre più interessante questa bambina, vero malattia?
Scommetto che una delle cose che ti attraeva era il dolore che aleggiava nella mia casa ed il mio essere infinitamente sensibile ad esso. Credo che la voce interiore che sentivo da piccolissima che diceva lieve che la mamma voleva più bene a mia sorella fosse un tuo sussurro, come quello che mi ricordava che ero cattiva perché avevo imparato a camminare e mia sorella no...e così io, quindici chili di bambina, andavo dalla mia sorella maggiore e cercavo di farle capire come camminare, provavo a sollevarla, studiavo i miei muscoli e i miei movimenti per spiegarli a lei con più dettagli possibili.
Credo che l’unica persona che avrebbe potuto tenermi lontana da te fosse la nonna. Ti ricordi quando mi amava la mia nonna? Ti ricordi come io mi sentissi parte di lei?
A sei anni forse abbiamo stretto il nostro patto: la nonna è morta, lei è dovuta soccombere alla sua malattia.
Ero davvero sola, follemente impaurita…Ma l’età della latenza mi aspettava e così ci siamo date appuntamento più in là, una volta finita.
Ed ecco che a dodici anni ti sei presentata sotto una forma più concreta e mi hai spinta a cacciarmi due dita in gola.
Ma ha prevalso ancora il finto mondo perfetto in cui credevo di trovarmi. La mia mente aveva rimosso il dolore, l’angoscia e vedevo la vita da una bolla di sapone. Così mi hai dato la mano ma non sei riuscita ad abbracciarmi.
E’ solo a quattordici anni che ci siamo strette nell’abbraccio più profondo che io abbia mai ricevuto dopo quello di mia nonna.
E’ per questo che non posso volerti male, eri l’unica che era davvero accanto a me a sostenermi, credo che senza di te mi sarei sgretolata in mille pezzi.
Sai, la sola idea di avere ancora tre-quattro anni e rivivere la mia vita fino ad oggi mi toglie il fiato, è una cosa che non potrei mai sopportare e quando penso al dolore lancinante che così tante volte ho sentito, forte e insopportabile come una spada che trafigge cuore e polmoni e fa sentire senza più sangue né aria, mi chiedo come io abbia fatto ad arrivare dove sono ora.
Ma in realtà la risposta ce l’ho: è perché c’eri tu.
Mi hai fatto soffrire tanto, non c’è dubbio, ma il dolore che mi provocavi tu era infinitamente più piccolo di quello dell’assenza, del vuoto, della colpa, dell’indifferenza.
Tu non facevi finta che non esistessi, che non soffrissi, tu riconoscevi il mio essere, il mio vivere, il mio amare, riconoscevi la mia rabbia folle, il mio dolore, la mia angoscia, la mia solitudine. Quando tu mi guardavi non vedevi una ragazzina sorridente, simpatica, un po’ ribelle e poco incline a parlar di sé. Tu vedevi una Chiara che urlava, che si apriva la carne e rimaneva a guardare i fiumi di sangue scorrere, che era capace di pesare anche dieci chili in più dopo aver divorato cibi commestibili e non, per poi chiudersi in bagno e liberarsi di tutto quel peso di vivere poco dopo, una Chiara con gli occhi gonfi di lacrime e senza più respiro, una Chiara che per due volte ha ingoiato scatole intere di sonniferi e psicofarmaci, che è finita in una sala di ospedale, piena di luci e di folletti (evviva le allucinazioni), mentre delle vaghe figure vestite di verde le infilavano un tubo nel naso per toglierle il sollievo del sonno profondo.
Mi hai vista dentro quell’ospedale, in psichiatria. Solo tu c’eri, solo tu sai oltre me. Nessun altro ha sentito quelle persone urlare o ha visto i loro volti sofferenti mentre impazzivano per un dolore che non sapevano spiegarsi o per delle voci nella testa che non li lasciavano stare, mentre gli infermieri si fumavano le loro sigarette...
Mi hai vista inerme e impaurita in un bosco, mi hai vista sniffare coca, mi hai vista fissare il vuoto aspettando che uomini finissero di usarmi...
Ma sei rimasta a sostenermi.
Come posso non volerti bene.
Ora però non possiamo più rimanere strette nel nostro abbraccio cara malattia.
Mi sono accorta che posso rimanere integra anche senza di te, mi sono resa conto che non esiste solo il dolore e che quindi non sono costretta a scegliere quello che fa meno male.
Dobbiamo salutarci malattia e vorrei proprio che fosse un addio.
Mi commuovo mentre te lo scrivo perché in un angolino del cuore mi mancherai e so che io mancherò a te. Ma spero sarai contenta, perché hai fatto il tuo dovere, mi hai portata fin qui ed ora posso farcela da sola e posso finalmente lasciarmi essere felice.
Se sono ciò che sono lo devo ANCHE a te e se mi chiedessero di cancellarti dal mio passato non lo farei.

Trattenendo il fiato ti dico...
Addio.

Sono in trasformazione...

Novembre 08

Negli anni, per difendermi dalla realtà, mi sono costruita degli schemi mentali in cui incasellarla e plasmarla perché potesse stare tutta dentro i confini che avevo creato per poterla vivere e vedere nel modo in cui avevo bisogno.
E così per anni le cose sono state come volevo io: ho negato certe realtà perche erano troppo belle o troppo brutte, rinnegato bisogni perché mi rendevano fragile e vulnerabile. Mangiare e dormire solo quando lo decideva la mia mente, senza cedere ai “biechi” desideri del mio corpo, mi faceva sentire potente, forte, invincibile, così come poter decidere quando e in che modo provare dolore fisico e resistere ad esso.
Ora sto imparando a far sì che la mente si rilassi, che non abbia più paura e che impari a fidarsi delle sensazioni del corpo.
Le cose stanno cambiando, in modo rapido e naturale: il corpo comincia a farsi sentire, ma la mente fa ancora fatica a seguirlo.
Vedo i cambiamenti, ne sono felice ma a volte mi fanno anche un po’ paura. Così la mente cerca di preservare parte dei suoi schemi in cui mettere ancora una parte di realtà.
Non capisco ancora bene quando è il corpo a parlare e quando è invece la mente.
Voglio riuscire a seguire la mia trasformazione e lasciar cadere la vecchia visione del mondo, il vecchio bisogno di controllare ogni cosa.
Voglio imparare a “lasciare che sia” e ad ascoltare le mie reazioni per poi decidere qual è la cosa più giusta per me, per il mio corpo e per la mia mente, tutto insieme, e non lasciarlo decidere a quest’ultima a priori.
Posso iniziare a farlo sperimentando con il cibo: ora non è più un nemico da combattere ma un’opportunità per stare bene e prendermi cura di me, dimostrarmi amore. Posso scoprire, ascoltando il mio corpo, quali sono i sapori che preferisco, quali le sostanze di cui lui ha bisogno.
Il primo passo è dedicare del tempo alla scelta e alla preparazione del cibo in base a ciò che ho voglia di mangiare (che corrisponde al bisogno che il mio corpo ha di determinate sostanze).
Per quanto mi costi fatica ammetterlo ora, c’è un discorso che non ho mai preso in considerazione, perché andava oltre tutti i controlli: il gusto e il piacere di mangiare.

Vorrei che mangiare fosse un qualcosa di facile, di naturale, qualcosa che non richieda un dispendio di energie e preoccupazioni. Vorrei poter pensare al cibo solo nel momento in cui lo preparo e lo consumo, senza dargli altro significato se non quello di “qualcosa che mi fa sopravvivere”.
Mi piace l’idea di mangiare un determinato cibo perché mi fa bene, perché mi dà sostanze che servono al mio corpo per stare in forma e in salute, ma non mi piace l’idea di mangiare una cosa “perché è buona”: mi sembra di perdere il vero senso del mangiare ed ho anche paura di non capire più se sto mangiando perché il mio corpo ha ancora fame o se sto continuando a ingerire cibo solo perché ha un buon sapore.
E poi a me fa schifo vedere le persone che mangiano con gusto.
Mi faccio schifo io quando non ho il controllo, e non voglio dare la possibilità al cibo di farmelo perdere solo perché è gustoso.
Mangiare serve per nutrirsi. E’ già tanto che accetto questo.
Quando riesco a passare lunghi periodi mangiando poco e solo cose molto semplici, scondite, che hanno un solo preciso sapore, che non deve necessariamente fare schifo, è tutto più facile.
Passare dei mesi assumendo inizialmente 1000 kal al giorno per poi passare a 800, e poi a 500, per poi stare tra le 250 e le 150 è bellissimo. E’ una cosa strana: si assumono 300 kal al giorno e, tra la vita quotidiana e lo sport portato all’estremo, se ne consumano 3000 e si sta bene!!!
Qualche giramento di testa c’è ma si è super attivi si dorme anche di meno, si fanno mille cose e il fisico si depura, usa tutto ciò che c’è in eccesso, fino ad arrivare all’essenziale. E il cibo è solo qualcosa che entra a sporcare tutto, come lo si può gustare? Perché devo mangiare, e magari mangiare anche troppo, se al corpo serve così poco? Se passando dieci giorni totalmente a digiuno, bevendo solo ed esclusivamente acqua pura, lui si sente meglio?
Io sto bene quando posso fare a meno del cibo. A me il cibo fa paura.

Ok, sto delirando.

Domanda:
fino ad adesso ha parlato la mia mente, la mia paura o Chiara?

Ho permesso al cibo di prendere il sopravvento, mi sono resa sua succube per reiterare i sopprusi subiti trovando la mia identificazione nel ruolo della vittima.
Mi violento quando mi abbuffo e mi violento quanto mi infilo la mano in gola per vomitare, ogni volta è un ripetere la violenza subita, un rivivere quel momento e punirmi per averlo vissuto allora.
Così mangiare vuol dire riempire il mio corpo fino a farlo stare male, fino a percepire tutto il cibo ingerito come qualcosa di schifoso che mi inquina. Vomitare, poi, è sia intrusione e violenza che tentativo di liberazione e purificazione.
All’estremo opposto c’è invece il non concedermi nulla, il controllo totale di tutti gli impulsi e i bisogni del mio corpo, fino ad affamarlo e consumarlo. Il bisogno di controllo è dettato dalla paura di perderlo completamente ed essere nuovamente vittima degli altri. Se non mangio, non dormo, se non provo nessun desiderio sono potente, inespugnabile, niente e nessuno mi può fare del male.
La completa perdita di controllo mi porta al bisogno di ripristinare uno stretto regime totalitario e viceversa, in un circolo vizioso senza fine.

Come trasformare il circolo vizioso in un circolo virtuoso?
Cosa mi ha portato per la prima volta ad aver bisogno di controllare il cibo e il mio peso? Qual è stata la prima mancanza di controllo che ho percepito?
E’ stato il non poter controllare ciò che succedeva alle persone a cui volevo bene (lo star male di mia sorella, la morte di mia nonna, la freddezza di mia madre) e nemmeno i miei sentimenti, che avrei voluto adeguare a ciò che mi veniva richiesto di provare (indifferenza).
Poi c’è stato il non poter impedire a William di farmi del male, l’unica cosa che ho potuto fare è stato cercare di controllare il terrore e lo schifo che ho provato.
Cos’era l’unica cosa che davvero potevo cercare di contollare? Su cosa potevo sfogare il mio bisogno di essere padrona di qualcosa? Su me stessa o meglio sul mio corpo.
Ma l’unica cosa che ci ho guadagnato è stato farmi ancora più male (che era comunque uno degli obiettivi, dettato dal senso di colpa per non aver “saputo” controllare nulla della mia vita).
Cosa fare ora?
Ci vorrebbe una bella via di mezzo tra l’assenza e l’eccesso di controllo, qualcosa che mi permetta di stare bene con me stessa ed il mio corpo, senza sbattermi da una parte all’altra.
Su cosa agire?
Sia sulla sfera legata alla parte psichica, quindi sulle percezioni delle situazioni che mi hanno fatto sentire inerme ed indifesa davanti alla vita, sia sul piano fisico, ricercando ciò che fa stare bene il mio corpo in modo da non costringerlo a richiedermi rimedi estremi e permettermi così di distogliere l’attenzione dal controllo del corpo (sintomo) e potermi così concentrare liberamente sulle sue cause.